Terremoto io non rischio

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Terremoto io non rischio
Campagna nazionale
sulla riduzione del rischio sismico
Manuale
per i volontari formatori
Iniziativa promossa da
t Dipartimento
della Protezione Civile
t ANPAS
In collaborazione con
t Ingv
– Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia
t Consorzio ReLUIS – Rete dei Laboratori Universitari di Ingegneria Sismica
In accordo con
t Regioni
e Comuni interessati
Con la partecipazione di
t Associazioni
nazionali ANA, ANAI, AVIS, FIR-CB,
Legambiente, Misericordie d’Italia, PROCIV-ARCI,
Psicologi per i Popoli, RNRE, UCIS e UNITALSI
CAMPAGNA “TERREMOTO - IO NON RISCHIO”
Moduli didattici per la formazione dei volontari
Maggio - Giugno 2012
INDICE
Parte Prima: La campagna
Il servizio nazionale della protezione civile . . . . . . . . . . .
5
Il volontariato di protezione civile . . . . . . . . . . . . . . . . .
7
“Terremoto io non rischio”
Campagna nazionale per la riduzione del rischio sismico . . .
9
Parte Seconda: Cosa comunicare
Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
13
Memoria storica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
14
Pericolosità sismica
Perché i terremoti causano danni e distruzione? . . . . . . . .
20
Vulnerabilità sismica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
25
Rischio sismico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
30
Prevenzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
32
Parte Terza: Come comunicare
Tecniche di comunicazione
Storytelling . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
46
Una rete per non finire nella rete . . . . . . . . . . . . . . . . .
54
Comunicare con un gioco
Totem io non rischio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
57
Semplificazione del linguaggio
Obiettivo: farsi capire! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
60
Comunicazione interpersonale
Faccia a faccia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
62
Comunicare con il corpo
La comunicazione non verbale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
63
Nuovi strumenti di comunicazione per la formazione
La formazione continua... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
66
Glossario .
67
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Appendice .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
71
1
PARTE PRIMA: LA CAMPAGNA
IL SERVIZIO NAZIONALE DELLA PROTEZIONE CIVILE
I
n Italia la protezione civile è un “Servizio Nazio- ad assicurare i primi soccorsi alla popolazione, conale”, un sistema complesso e decentrato che è ordinando le strutture operative locali, tra cui i
costituito da componenti e strutture operative.
gruppi comunali di volontariato di protezione civile. Se il Comune non riesce a fronteggiare l’emerComponenti: governi regionali, le autonomie lo- genza - evento di tipo “a” - su sua richiesta
cali e le amministrazioni centrali – Ministeri, Re- intervengono la Provincia, gli Uffici territoriali di
gioni, Province, Comuni. Sono componenti anche governo, cioè le Prefetture, e la Regione, che attitutti i soggetti coinvolti, a vario titolo, in eventi di vano le risorse di cui dispongono - evento di tipo
protezione civile: enti pubblici, istituti e gruppi di “b”. Nelle situazioni più gravi, su richiesta del Goricerca scientifica, istituzioni e organizzazioni verno regionale, subentra il livello nazionale, con
anche private, cittadini e gruppi associati di volon- la dichiarazione dello stato di emergenza - evento
tariato civile, ordini e collegi professionali - art di tipo “c”. In questo caso il coordinamento dell’in6, legge n. 225 del 1992.
tervento viene assunto direttamente dal Presidente
del Consiglio dei Ministri, che opera tramite il DiStrutture operative: corpi organizzati come i partimento della Protezione Civile.
Vigili del Fuoco, le Forze Armate e dell’Ordine, il
Corpo Forestale, il Soccorso Alpino, la Croce Rossa
In tempo ordinario. Le Amministrazioni sono
e le strutture del Servizio sanitario nazionale. Tra impegnate, ad ogni livello, in attività di previsione
questi, hanno assunto negli ultimi anni un ruolo di e nella programmazione di azioni di prevenzione e
particolare importanza le Organizzazioni di volon- di mitigazione dei rischi. In questo processo è centariato di protezione civile, che, in questi anni, sono trale il coinvolgimento della comunità scientifica,
cresciute in ogni area del Paese sia in numero sia che rappresenta una delle componenti del Servizio
in termini di capacità operativa e di specializza- Nazionale, e l’informazione ai cittadini, che è di rezione e rappresentano la risorsa più numerosa del sponsabilità del Sindaco, autorità di protezione cisistema - art. 11 della legge n. 225 del 1992.
vile sul territorio.
Attività del Servizio Nazionale
L
a legge n. 225 del 1992, che ha istituito il Servizio Nazionale di Protezione Civile, ha codificato le sue quattro attività fondamentali:
previsione, prevenzione, emergenza e ripristino. Le
attività sono basate sul concorso di diverse amministrazioni, pubbliche e private, che partecipano
sulla base di una precisa classificazione degli
eventi, di tipo “a”, “b” e “c”.
Legislazione e decentramento
N
el 1992 la legge 225 che istituisce il Servizio
Nazionale affida al Dipartimento della Protezione Civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri un ruolo di indirizzo e coordinamento. Dal
1998 inizia un percorso verso il decentramento
dallo Stato ai Governi regionali e alle Autonomie locali, che coinvolge anche l’organizzazione del Servizio Nazionale. Il decreto legislativo n. 112, meglio
conosciuto come “Decreto Bassanini”, trasferisce alIn emergenza. In caso di eventi che colpiscono cune competenze in materia di protezione civile
un territorio, il Sindaco ha il compito di provvedere dallo Stato centrale al territorio. Il Dipartimento
5
mantiene funzioni di indirizzo e coordinamento,
ma il coordinamento operativo in emergenza è ri-
forza e si impone definitivamente nel nostro ordinamento il principio di sussidiarietà, già affermato
servato agli eventi di tipo c, per i quali viene dichia- con la legge Bassanini. Il decentramento amminirato lo stato di emergenza sentito il Presidente strativo trova la sua completa realizzazione: la prodella Regione interessata.
tezione civile diventa materia di legislazione
concorrente e quindi, nell’ambito di principi geneel 2001, con la Legge Costituzionale n.3 che rali stabiliti da leggi dello Stato, di competenza remodifica il titolo V della Costituzione si raf- gionale. q
N
Per saperne di più:
La Protezione civile nella storia
http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/storia.wp
Le componenti
http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/componenti.wp
Le strutture operative
http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/strutture_operative.wp
Gli organi centrali
http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/organi_centrali.wp
Le attività
http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/attivita.wp
6
IL VOLONTARIATO DI PROTEZIONE CIVILE
I
l volontariato rappresenta una delle componenti
più vitali del sistema italiano di protezione civile.
Una risorsa straordinaria in termini di competenze
e capacità operativa che conta oltre 4 mila organizzazioni in tutto il Paese. Il volontariato di protezione civile è costituito da uomini e donne che
hanno deciso di mettere a disposizione gratuitamente tempo ed energie per proteggere la vita e
l’ambiente. Per rendere più efficace la loro azione,
i volontari di protezione civile sono associati in organizzazioni, grazie alle quali condividono risorse,
conoscenze ed esperienze.
Le organizzazioni di volontariato di protezione
civile sono diverse per dimensioni, storia, approcci
e specializzazioni. Affiancano le autorità di protezione civile in un’ampia gamma di attività, integrandosi con le altre componenti del sistema di
protezione civile. Le organizzazioni che fanno parte
del sistema sono iscritte in appositi registri.
Cosa fa
I
l volontariato di protezione civile opera quotidianamente nell’ambito della previsione e della
prevenzione dei rischi. In caso di calamità, interviene per prestare soccorso e assistenza alle popolazioni.
Il contributo di professionalità e competenze diverse è indispensabile soprattutto nelle grandi
emergenze. Il mondo del volontariato di protezione
civile presenta una vasta tipologia di specializzazioni e abbraccia molti campi. Per citarne solo alcuni: il soccorso e l’assistenza sanitaria,
l’antincendio boschivo, le telecomunicazioni, l’allestimento dei campi d’accoglienza, la tutela dei beni
culturali. Essere preparati a svolgere i diversi compiti in situazioni di rischio è importante. Per questo
motivo, per diventare volontario di protezione civile, è necessario rivolgersi a una organizzazione
riconosciuta e seguire un percorso di formazione.
Il Dipartimento della Protezione Civile e le regioni
promuovono esercitazioni periodiche per migliorare la capacità di collaborazione tra il volontariato
e le altre strutture operative del sistema.
Una realtà multiforme
O
rganizzazioni nazionali, associazioni locali,
gruppi comunali. Il volontariato di protezione
civile è un mondo caratterizzato da una molteplicità di forme associative ben radicate sul territorio.
Le grandi organizzazioni nazionali si caratterizzano
per la presenza di una struttura di coordinamento
centrale e una rete di sezioni distribuite su tutto il
territorio nazionale. Il loro interlocutore principale
è rappresentato dal Dipartimento della Protezione
Civile. Le associazioni locali e i gruppi comunali, di
piccole e medie dimensioni, sono espressione di
uno specifico ambito territoriale. I gruppi comunali, in particolare, nascono con la partecipazione
o sotto la spinta dell’amministrazione comunale,
che ne disciplina con propria delibera la costituzione, l’organizzazione e la regolamentazione. Gli
interlocutori principali di queste realtà associative
sono i sistemi regionali di protezione civile.
Il sostegno delle istituzioni
L
e istituzioni valorizzano il volontariato come
espressione della cittadinanza attiva. Garantendone l’autonomia e promuovendone lo sviluppo. Le organizzazioni di volontariato iscritte nei
registri possono beneficiare di agevolazioni ed
esenzioni fiscali, accedere a contributi e stipulare
7
ne disciplina le forme associative:
convenzioni con enti pubblici.
In particolare, il Dipartimento della Protezione
Civile e le Regioni promuovono il volontariato organizzato di protezione civile sostenendo progetti
finalizzati a migliorare le capacità operative dei volontari, accrescere la sinergia tra il volontariato e
le altre componenti del sistema e formare i cittadini
alla cultura di protezione civile.
Il volontariato nel sistema
di protezione civile
http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/view_
prov.wp?facetNode_1=f1_5&prevPage=provvedimenti&catcode=&contentId=LEG21151
La legge 225/1992 istituisce il Servizio Nazionale della Protezione Civile e individua il volontariato come struttura operativa del Servizio,
indicandone gli ambiti di attività:
http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/view_
n Italia la protezione civile è una funzione attri- prov.wp?contentId=LEG1602
buita a un sistema complesso, il “Servizio Nazionale”, che opera nel rispetto del principio di
La DPR 194/2001 disciplina la partecipazione
sussidiarietà. Questo sistema è coordinato dal Di- delle organizzazioni di volontariato alle attività di
partimento della Protezione Civile, dalle Regioni e protezione civile, dall’iscrizione ai registri ai benedagli Enti locali. Al volontariato la legge attribuisce fici previsti per i volontari iscritti:
il ruolo di “struttura operativa”, insieme ai Vigili del
Fuoco, le Forze Armate e di Polizia, il Corpo Fore- http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/view_
stale dello Stato, la comunità scientifica, la Croce prov.wp?contentId=LEG20554
I
Rossa Italiana, il Servizio Sanitario Nazionale e il
Corpo Nazionale di Soccorso Alpino e Speleologico.
Normativa di riferimento
Il decreto del 13/04/2011 contiene disposizioni
in attuazione del Dlgs 81/2011 a tutela della salute
e della sicurezza dei volontari di protezione civile:
L
a legge 266/1991 definisce il volontariato http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/view_
come attività personale, spontanea e gratuita e prov.wp?contentId=LEG26529 q
Per saperne di più
Volontariato
http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/volontariato.wp
Il ruolo del volontariato nel Servizio nazionale
http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/il_ruolo_del_volontariato.wp
Il percorso della sicurezza per i volontari di protezione civile
http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/view_dossier.wp?contentId=DOS30059
La Consulta nazionale del volontariato
http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/view_dossier.wp?contentId=DOS22573
Stati generali del volontariato
http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/stati_generali.wp
8
“TERREMOTO IO NON RISCHIO”
CAMPAGNA NAZIONALE PER LA RIDUZIONE DEL RISCHIO SISMICO
T
erremoto - io non rischio” è un’iniziativa per
la riduzione del rischio sismico promossa dalla
Protezione Civile e dall’Anpas-Associazione Nazionale delle Pubbliche Assistenze, in collaborazione
con l’Ingv-Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e con ReLuis-Consorzio della Rete dei Laboratori Universitari di Ingegneria Sismica.
La campagna, giunta alla seconda edizione, si
svolge il 13 e 14 ottobre 2012 nelle piazze di più di
100 comuni italiani a elevato rischio sismico in diverse regioni d’Italia.
Protagonisti di questa campagna sono i volontari
di protezione civile, formati sul tema del rischio sismico, che istruiscono a loro volta altri volontari,
diventando quindi attori di un processo di diffusione della conoscenza. Nelle due giornate nelle
piazze i volontari saranno impegnati a distribuire
materiale informativo e a rispondere alle domande
dei cittadini sulle possibili azioni da fare per ridurre il rischio sismico.
Obiettivo della campagna è promuovere una cultura della prevenzione, formare un volontario più
consapevole e specializzato ed avviare un processo
che porti il cittadino ad acquisire un ruolo attivo
nella riduzione del rischio sismico. Imparare a prevenire e ridurre le conseguenze dei terremoti è un
compito che riguarda tutti: diffondere informazioni
sul rischio sismico è una responsabilità collettiva a
cui tutti i cittadini devono contribuire.
Oltre all’Anpas, saranno coinvolte nell’iniziativa
altre organizzazioni di volontariato di protezione
civile: l’Ana - Associazione Nazionale Alpini, l’Anai
- Associazione Nazionale Autieri d’Italia, l’Avis - Associazione Volontari Italiani del Sangue, la Fir-CB Federazione Italia Ricetrasmissioni Citizen’s Band,
Legambiente Onlus, la Confederazione Nazionale
delle Misericordie d’Italia, la Prociv Arci - Associa-
zione Nazionale Volontari per la Protezione Civile,
la Federazione Psicologi per i Popoli, il Rnre - Raggruppamento nazionale Radiocomunicazioni
Emergenza, le Ucis - Unità cinofile italiane da Soccorso e l’Unitalsi - Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati a Lourdes e Santuari
Internazionali.
Nel 2011, l’iniziativa si è svolta il 22 e 23 ottobre
nelle piazze di nove comuni italiani a elevato rischio sismico della Basilicata, Calabria, Campania,
Puglia, Sicilia e Toscana, in accordo con i Comuni e
le Regioni coinvolte.
I temi della formazione
L
a formazione riguarda: la memoria storica dei
terremoti, la pericolosità sismica del territorio
e la vulnerabilità del patrimonio edilizio, la riduzione del rischio sismico, il ruolo dello Stato e del
cittadino nell’azione di prevenzione e la comunicazione del rischio sismico.In programma anche alcuni approfondimenti sul Servizio Nazionale
della Protezione civile, sul ruolo del volontariato
nel Servizio Nazionale e sulla normativa relativa al
volontariato.
Gli strumenti di comunicazione
Stand informativi. I volontari di protezione civile formati sul rischio sismico danno informazioni
ai cittadini, nelle piazze dei comuni individuati,
sulla pericolosità del territorio e sulle norme di
comportamento da adottare in caso di terremoto.
Pieghevole. Spiega in termini semplici cosa deve
sapere il cittadino per imparare a prevenire e ridurre i danni dei terremoti e cosa può fare nella
9
propria casa, con il consiglio di un tecnico, oppure
Questionario. Realizzato per comprendere
da solo, fin da subito.
quale sia il livello di consapevolezza e conoscenza
del rischio sismico da parte dei cittadini, da distriLocandina. Informa i cittadini sulla data dell’ini- buire anche nelle scuole prima della manifestaziativa e sul luogo dell’appuntamento.
zione.
Scheda. Contiene informazioni utili a tutta la faTotem. Il totem è una installazione composta
miglia sui comportamenti da adottare durante il da scatoloni sovrapposti, colorati e illustrati, che
terremoto e subito dopo. La scheda può essere con- contiene piccole proposte di interazione per faciservata e anche appesa.
litare la comunicazione tra volontari e cittadini. q
Per saperne di più:
La campagna “Terremoto io non rischio 2011”
http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/terremoto_io_non_rischio.wp
10
PARTE SECONDA: COSA COMUNICARE
INTRODUZIONE
I
terremoti costituiscono una delle ipotesi di rischio più reale per l’Italia. Oltre ai terremoti del
1997 in Umbria-Marche, del 2002 in Molise-Puglia,
e a quello recente del 2009 in Abruzzo, ancora vivo
nelle menti degli italiani restano i ricordi dei devastanti terremoti del 1976 in Friuli e del 1980 in
Campania-Basilicata. E’ opinione diffusa che l’Italia
sia un paese ad alto rischio sismico. E’ opportuno
chiarire quale significato vada attribuito al termine
rischio sismico, in modo da poter identificare i fattori sui quali é possibile e necessario incidere per
giungere ad una sua riduzione. Per rischio sismico
si intende la valutazione probabilistica dei danni
materiali, economici e funzionali che ci si attende
in un dato luogo ed in un prefissato intervallo di
tempo, a seguito del verificarsi di un dato terremoto. Esso é frutto del prodotto concomitante di
tre fattori: pericolosità sismica, vulnerabilità sismica ed esposizione.
L
a pericolosità sismica (spesso definita anche sismicità) è costituita dalla probabilità che si verifichino terremoti di una data entità, in un data
zona ed in un prefissato intervallo di tempo; essa
dipende dalla intensità, frequenza e mutevolezza
dei sismi che possono interessare quella zona.
L
a vulnerabilità sismica misura la predisposizione di una costruzione, di una infrastruttura
o di una parte del territorio a subire danni per effetto di un sisma di prefissata entità; essa é, in sostanza, una misura della incapacità, congenita e/o
dovuta ad obsolescenza, di resistere ad azioni simiche.
L
’esposizione é costituita dal complesso dei beni
e delle attività che possono subire perdite per
effetto del sisma. A titolo di esempio si consideri
una zona desertica caratterizzata da una forte sismicità; essa non può essere definita ad alto rischio
sismico, in quanto alcun danno a persone o cose
può verificarsi anche a seguito di un forte terremoto (vulnerabilità ed esposizione nulle).
A
nche al significato da attribuire al termine previsione é bene dedicare alcune considerazioni.
Se si pensa che essa possa condurre alla individuazione del momento preciso in cui si verificherà un
terremoto, é bene chiarire che tale atteggiamento,
oltre che inutilmente dispendioso, é anche dannoso
in quanto, alimentando speranze infondate, devia
l’attenzione da quella che può e deve essere una responsabile strategia di difesa dai terremoti. L’analisi statistica della sismicità storica consente di
risalire alla frequenza (periodo di ritorno) con la
quale un terremoto di una determinata intensità
può presentarsi in una data zona. Tale risultato, affiancato da considerazioni di carattere socio-politico effettuate su scala nazionale e basate sulle
risorse disponibili per fronteggiare tutti i diversi
scenari di rischio (analisi costi-benefici), porta alla
definizione del livello di protezione da garantire
alle diverse aree (rischio sismico accettabile). Si
perviene, in definitiva, alla divisione del territorio
nazionale in zone ad uguale pericolosità sismica,
realizzando la cosiddetta zonazione sismica. Va
però rilevato come in Italia si siano avuti danni significativi anche a seguito di eventi sismici più deboli rispetto a quelli verificatisi in altre parti del
mondo. La causa di ciò va attribuita alla vulnerabilità del patrimonio edilizio esistente. Avendo messo
in relazione il livello di rischio con i danni, appare
a questo punto chiaramente come la concomitanza
di una pericolosità medio-alta e di una elevata vulnerabilità producano livelli di rischio significativii.
Nei capitoli che seguono i diversi temi, dalla sismicità storica, alle componenti del rischio sismico, ai
possibili interventi per la riduzione del rischio, saranno approfonditi con riferimento ai contenuti del
pieghevole informativo utilizzato per la campagna
“Terremoto. Io non rischio”. q
13
MEMORIA STORICA
a cura di Romano Camassi
L’ITALIA È UN PAESE SISMICO. Negli ultimi mille anni, circa 3000 terremoti
hanno provocato danni più o meno gravi. Quasi 300 di questi hanno avuto effetti distruttivi (cioè con una magnitudo superiore a 5.5) e addirittura uno ogni
dieci anni ha avuto effetti catastrofici, con un’energia paragonabile al terremoto dell’Aquila del 2009. Tutti i comuni italiani possono subire danni da terremoti, ma i terremoti più forti si concentrano in alcune aree ben precise:
nell’Italia Nord-Orientale (Friuli Venezia Giulia e Veneto), nella Liguria Occidentale, nell’Appennino Settentrionale (dalla Garfagnana al Riminese), e soprattutto lungo l’Appennino Centrale e Meridionale, in Calabria e in Sicilia
Orientale. Tu vivi in una zona ad alta pericolosità sismica, dove già in passato
si sono verificati forti terremoti.
Quello che sappiamo sui terremoti
sti terremoti; non ci dicono il “quando”, se non per
il passato (bella forza, direte voi: ma vedremo
ui terremoti, oggi, sappiamo molte cose, e
quanto questo sia importante).
quello che sappiamo deriva in gran parte semplicemente dall’osservazione, confortata da qual- “Dove” avvengono, “quanto forti” e, forse, “quanto
che modello. I terremoti hanno origine dove la spesso” sono interrogativi importanti, molto imcrosta è più fragile: le rocce si fratturano esatta- portanti. Ma conosciamo le risposte?
S
mente come farebbe un mattone schiacciato da una
morsa o sottoposto a trazione e soggette a questi
sforzi le rocce tendono a rompersi sempre lungo le
stesse fratture.
Per questo, già da molto tempo siamo in grado di
disegnare mappe della sismicità mondiale che mostrano chiaramente che i terremoti più forti si concentrano prevalentemente in fasce limitate del
globo, dove le tensioni sono più forti a causa delle
collisioni fra i margini delle placche; con energia
minore, tuttavia, possono avvenire praticamente
dappertutto, dato che la litosfera è rigida e tutt’altro che a riposo. L’energia accumulata per decine,
centinaia o migliaia di anni e rilasciata nel giro di
pochi secondi si propaga velocemente e può scuotere, deformare e danneggiare tutti gli edifici co-
Sempre più indietro, nel tempo
I
terremoti, vale la pena ripeterlo, non capitano a
caso: tendono a ricorrere sempre nelle stesse
zone. È quindi importamte studiare quelli già avvenuti, tramite le informazioni registrate dagli strumenti, gli effetti prodotti sugli edifici e le tracce che
hanno lasciato nell’ambiente: in questo modo possiamo definire la “sismicità” del nostro territorio.
Per i terremoti più recenti abbiamo i dati dei sismometri, ma solo da pochi decenni esiste una moderna ed efficiente rete di osservazione. Per gli
eventi più vecchi non resta che studiare i documenti storici o le tracce lasciate nelle opere dell’uomo e nel paesaggio.
Dalle informazioni storiche e strumentali si ottengono i parametri essenziali (una sorta di carta
Queste mappe ci dicono “dove” avvengono i ter- di identità) dei terremoti: data e ora, localizzazione
remoti, soprattutto quelli più forti; in qualche caso dell’epicentro, intensità e (direttamente o indiretrendono evidente “quanto spesso” accadono que- tamente) magnitudo e profondità.
struiti.
14
Di strumenti di ‘misura’ del terremoto ne esistono un esempio) attraverso la raccolta e interpretafin dall’antichità, ma possiamo parlare di osserva- zione di informazioni sugli effetti prodotti dal terzione strumentale dei terremoti solo da quando
esistono le moderne reti sismiche; a livello mondiale una data spartiacque è il 1964, mentre per
l’Italia solo dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980
si sviluppa una vera rete sismica: disponiamo
quindi di dati strumentali di buona qualità e con
una buona copertura territoriale solo per gli ultimi
25-30 anni.
Le mappe che rappresentano la sismicità strumentale del territorio italiano (in rete se ne trovano
facilmente dal 1981 ad oggi) sono interessanti, perché rendono evidente quanto sia frequente e diffusa la sismicità. Tuttavia i processi geologici che
producono un terremoto hanno tempi molto lunghi: decenni, centinaia (per i terremoti più forti), in
qualche caso migliaia di anni. Per questo per sapere
“dove”, “quanto forti” ed eventualmente “quanto
spesso” occorre una finestra di osservazione molto,
molto più grande.
Per fare questo occorrono reti di osservazione
molto diverse da quelle strumentali: le principali
(non uniche) sono quelle che ricostruiscono la sismicità di un territorio attraverso lo studio degli effetti che i terremoti del passato hanno prodotto; è
il lavoro che fanno la macrosismologia e la sismo-
remoto sul maggior numero possibile di località
potenzialmente interessate; tali informazioni sono
interpretate, “classificate” in una “graduatoria” crescente di intensità previste da una scala macrosismica. Come la Scala Mercalli, ad esempio (ma la
versione attuale, in italia, si chiama Mercalli-Cancani-Sieberg “MCS”, e ne esiste una versione europea più raffinata, la European macroseismic Scale,
appunto “EMS”).
Il singolo grado di intensità (dal II all’XI, per semplificare, anche se i gradi sono 12) classifica, “ordina” l’insieme degli effetti (su persone, cose,
edifici) osservati in una località, cioè su un insieme
rappresentativo di persone e edifici. L’effetto su una
o un piccolo numero di persone o edifici potrebbe
essere influenzato in modo determinante da condizioni particolari.
I
n qualche modo ogni singola località funziona,
con questa tecnica, come una sorta di sismometro, di stazione sismica. La singola osservazione ci
dice ben poco sul terremoto; la distribuzione degli
effetti osservati su qualche decina o centinaia di località (più sono meglio è) ci consente di ricavare i
parametri del terremoto (soprattutto localizzazione e stima dell’energia), che a volte possono essere estremamente accurati, e comunque del tutto
Fig. 1 – Schema semplificato dell’arco cronologico studiato dalle diverse discipline
logia storica, soprattutto.
confrontabili con quelli strumentali. Oltre a fornire
informazioni ulteriori, quali ad esempio le carattea macrosismologia è la disciplina (la tecnica) ristiche di propagazione dell’energia, eventuali efche studia un terremoto (anche uno recente, fetti di amplificazione e molto altro ancora. Ogni
incluso quello di l’Aquila del 6 aprile 2009, per fare grado di intensità definisce un particolare scenario
L
15
di effetti dello scuotimento; la descrizione di ogni
singolo grado della scala macrosismica è molto
La storia sismica
L
a disciplina che più di tutte contribuisce a deestesa e ben più complessa delle sintesi super-semfinire le caratteristiche della sismicità estenplificate comunemente note e la sua applicazione
dendo “all’indietro” la finestra di osservazione è,
obbedisce a regole molto rigorose.
come detto, la sismologia storica. Indicativamente
tale finestra oggi si estende, in Italia, a circa 1.000
’insieme di tutte le osservazioni macrosismianni fa (e anche qualcosa di più), anche se per i seche, di tutte le stime di intensità riferite a un
coli più antichi è lontana dall’intercettare tutti i tersingolo terremoto, vengono poi elaborate in modo
remoti importanti. Altre discipline aggiungono
formalizzato, in modo da calcolare un epicentro del
informazioni su alcuni grandi terremoti, ancora più
terremoto stesso e un valore di magnitudo, che
antichi: come l’archeologia sismica o la paleosismoviene calibrato nel tempo con tutti i dati strumenlogia, che cerca di riconoscere le dislocazioni di
tali disponibili. Questa stessa procedura viene utigrandi terremoti di migliaia o decine di migliaia di
lizzata per studiare terremoti di dieci, cinquanta o
anni fa direttamente sulle faglie. A tutt’oggi la sicinquecento anni fa. L’unica differenza è che in
smologia storica italiana conosce circa 3.000 terreluogo dell’osservazione diretta degli effetti si utimoti (costituiti normalmente sa sequenze, a volte
lizzano testimonianze storiche: descrizioni, diari,
molto complesse) che negli ultimi mille anni circa
cronache, materiali giornalistici, documenti tecnici
hanno prodotto danni; non sono tutti i terremoti
o amministrativi; tutti materiali raccolti e interpre“forti” che si sono verificati in Italia in questo miltati con le tecniche proprie della ricerca storica
lennio, ma ci danno un’idea abbastanza rappresenquantitativa, la stessa che studia la storia econotativa di quella che è la sismicità reale. L’immagine
mica, ad esempio. Per questo la memoria storica,
complessiva, che abbiamo visto tutti quanti molte
intesa nel senso più estensivo, è davvero importante. Il nostro paese ha una tradizione gigantesca
di produzione, conservazione e studio di documentazione storica. Paradossalmente è spesso più difficile studiare un evento di cinquanta anni fa,
piuttosto che quello di trecento anni fa. Ci sono terremoti di trecento anni fa per i quali disponiamo di
documentazione ricchissima, incluse perizie tecniche (di muratori o architetti) casa per casa; per uno
dei terremoti più importanti della storia sismica
italiana, quello che nel 1456 danneggia gravemente
una vasta area appenninica fra l’Abruzzo meridionale e la Basilicata, abbiamo informazioni su circa
duecento località; e così per i terremoti calabri del
1638, quello molisano-campano del 1688, quello
irpino del 1694, ecc.. Quando la documentazione
sugli effetti di un terremoto è molto ricca, sia come
dettaglio che per numero di località documentate,
i parametri che ne ricaviamo sono molto accurati,
Fig. 2 – Mille anni di forti terremoti in Italia
al livello dei migliori dati strumentali.
[Mw 5.5] - www.emidius.mi.ingv.it/CPTI11)
L
16
volte e facilmente rintracciabile in rete, è un terri- Augusta, a quello recentissimo del 13 dicembre
torio che ha una sismicità molto diffusa, ma dove i 1990 (Mw 5.7). La sismicità dell’area Etnea è molto
terremoti più forti avvengono solo in alcune zone. intensa, seppure di energia non elevata, ed è spesso
collegata a fasi eruttive del vulcano; significativa
uasi 300 terremoti hanno avuto una magnianche la sismicità dell’area montuosa dei Peloritudo superiore a 5.5 (in grado cioè di produrre
tani-Nebrodi-Madonie, mentre è stata molto imdanni gravi) e quasi uno ogni 10 anni, di media
portante la sequenza sismica che nel 1968 ha
(negli ultimi 600 anni), ha avuto una energia paracolpito la Valle del Belice, con effetti distruttivi.
gonabile al terremoto dell’Aquila del 2009, uno ogni
trent’anni (negli ultimi 400) di energia paragonabile o superiore al terremoto dell’Irpinia del 1980.
lcune delle sequenze più drammatiche della
Quasi tutte le località italiane possono subire danni
storia sismica italiana colpiscono la Calabria
da terremoti, ma i terremoti più forti si concen- centro-meridionale (e la Sicilia nord-orientale): a
trano in alcune aree ben precise: nell’Italia Nord- partire da quella che nei primi mesi del 1783 (fra
Orientale (Friuli Venezia Giulia e Veneto), nella il 5 febbraio e il 28 marzo in particolare, due eventi
Liguria Occidentale, nell’Appennino Settentrionale di Mw 7) ne sconvolge il paesaggio naturale e co(dalla Garfagnana al Riminese), e soprattutto lungo struito; su una scala temporale diversa una sel’Appennino Centrale e Meridionale, in Calabria e quenza altrettanto catastrofica si verifica all’inizio
Sicilia Orientale.
del secolo scorso, con i grandi terremoti dell’8 set-
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Un viaggio nel tempo, dal Sud al Nord
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no dei terremoti più forti della storia sismica
italiana, se non il più forte in assoluto (Mw intorno a 7.4) è quello della Sicilia sud-orientale del
gennaio 1693. Le due scosse principali si ebbero il
9 e 11 gennaio e produssero devastazioni in circa
70 località della Sicilia sud-orientale. Catania, Augusta e molti paesi del Val di Noto furono totalmente distrutti; parecchie località furono
ricostruite in un luogo diverso. Le vittime furono
circa 60.000. Ci furono vistosi sconvolgimenti del
suolo in un’area molto vasta. I danni si estesero
dalla Calabria meridionale a Malta e da Palermo ad
Agrigento. Il terremoto fu fortemente avvertito in
tutta la Sicilia, in Calabria settentrionale e in Tunisia. Effetti di maremoto si ebbero lungo la costa
orientale della Sicilia da Messina a Siracusa. Le repliche continuarono per circa 2 anni. Proprio Siracusa è uno dei punti di osservazione più importanti
dell’area e la sua storia simica è segnata dagli effetti
distruttivi di terremoti: da quelli del 1125 e del
1169, su cui poco sappiamo, a quello del 1542 (Mw
6.7), che produsse danni gravi anche a Catania e
tembre 1905 e del 28 dicembre 1908 (entrambi di
Mw intorno a 7), intercalati da un evento ‘minore’
(23 ottobre 1907, Mw 5.9). Anche la Calabria centrale ha una storia sismica importante: la sequenza
più importante è quella che la devasta nel 1638. Il
27 marzo (Mw 7) molti centri lungo la fascia tirrenica tra Nicotera e Cosenza subirono distruzioni e
crolli diffusi, una ventina furono totalmente distrutti. Furono gravemente danneggiate anche le
città di Catanzaro e, soprattutto, Cosenza, dove centinaia di case crollarono o divennero inagibili. Le
vittime furono diverse migliaia. L’8 giugno dello
stesso anno un nuovo fortissimo terremoto (Mw
6.9) colpì il versante ionico della regione, in particolare il crotonese. Diverse località nell’area del
Marchesato e sul versante orientale della Sila subirono crolli e gravi distruzioni. Catanzaro, già fortemente danneggiata dal terremoto di marzo, fu
semidistrutta e interi palazzi crollarono completamente. Danni molto gravi anche a Crotone. Il cosentino è colpito negli ultimi secoli da diversi terremoti
di energia elevata (prossimi a Mw 6), seppure non
distruttivi, quali quelli del 1767, del 1835, del 1854
e del 1870.
17
a sismicità maggiore della Basilicata si con- della storia sismica italiana, Mw 7.2) e del 5 giugno
centra lungo la catena appenninica al confine 1688 nel Sannio; il terremoto di San Giuliano di Pucon la Campania; i terremoti storici più distruttivi glia del 2002, può essere considerato un evento di
(Mw > 6.3) sono localizzati in Irpinia (8 settembre energia moderata (Mw 5.9), mentre ben più signi1694 e 23 novembre 1980); l’importante sequenza ficativo, in Regione, è il terremoto el 26 luglio 1805
del luglio-agosto 1561 è localizzata proprio al con- (Mw 6.6).
fine fra Campania e Basilicata, mentre il terremoto
nche nel Lazio la sismicità maggiore è localizdel 14 agosto 1851 è localizzato nel settore settenzata nelle aree appenniniche, in particolare
trionale, al confine con la Puglia. Il terremoto del
nelle province di Frosinone e Rieti; nel frusinate
16 dicembre 1857, di gran lunga il più importante
l’evento più importante è quello del 24 luglio 1654
per la Basilicata, è localizzato in territorio regio(Mw 6.3), nel reatino il terremoto di Amatrice del
nale; insieme a quello del 1694 e a quello, poco
10 ottobre 1639, di magnitudo poco inferiore a 6.
noto, del 1273, produce danni molto gravi a PoTerremoti forti interessano anche il Viterbese,
tenza.
mentre decisamente più moderati, ma frequenti,
a Campania è caratterizzata da una notevole at- sono i terremoti che si verificano nell’area dei Colli
tività sismica nelle aree appenniniche e da si- Albani. La città di Roma avverte sensibilmente i tersmicità moderata lungo la fascia costiera; i remoti di quest’ultima area, mentre gli effetti di
terremoti storici più distruttivi (MW > 6.5) interes- danno sono storicamente prodotti da terremoti
sano le due principali aree attive del territorio re- ‘lontani’, dell’Aquilano in particolare.
gionale: l’8 settembre 1694, il 29 novembre 1732,
na notevole attività sismica appenninica caratil 23 luglio 1930 e il 23 novembre 1980 in Irpinia,
terizza l’Abruzzo, in particolare nei settori
il 5 dicembre 1456 e il 5 giugno 1688 nel Sannio.
della Valle dell’Aterno (2 febbraio 1703, Mw 6.7),
La storia sismica di Avellino è segnata da effetti
nella Conca del Fucino (13 gennaio 1915, Mw 7.0)
molto gravi; quelli più drammatici sono per il tere nei Monti della Maiella (3 novembre 1706, Mw
remoto del 29 novembre 1732 e quello del 5 giugno
6.8); altri terremoti importanti sono quelli localiz1688; ma nel 1456 e in altri 3 casi almeno (1805,
zati a SE della città de L’Aquila (27 novembre 1461,
1930 e 1980) la città è danneggiata seriamente.
Mw 6.4, e 6 ottobre 1762, Mw 6.0) e quello della
iù a Est, in Puglia, la sismicità più importante Maiella del 26 settembre 1933 (Mw 5.9).
interessa la Capitanata (20 marzo 1731, Mw
mbria e Marche condividono pienamente
6.5) e il Gargano (30 luglio 1627, Mw 6.7; 31 magtutta la sismicità appenninica maggiore, molto
gio 1646, Mw 6.6). Il terremoto che segna la storia
frequente e particolarmente ben documentata. Uno
di Foggia è quello del 1731: verso le 4 del mattino
dei terremoti più forti è quello “di Colfiorito” del 30
del 20 marzo una fortissima scossa causò il crollo
aprile 1279 (Mw 6.3), che colpisce le stesse aree del
di circa un terzo degli edifici e danni gravi agli altri;
terremoto del 26 settembre 1997 (Mw 6.0). Il tersubirono danni gravi vari centri della pianura fogremoto più violento di tutto l’Appennino centrogiana e delle colline circostanti (Cerignola, Ortasettentrionale è quello del 14 gennaio 1703 (Mw
nova, Ascoli Satriano ecc.). A Foggia si contarono
6.7), che precede di un paio di settimane l’evento
circa 500 vittime.
aquilano, e ‘inaugura’ un secolo scandito da forti
l Molise condivide con le regioni vicine gli effetti terremoti (fra i più importanti quelli del 1741 nel
dannosi dei forti terremoti appenninici, in parti- Fabrianese, 1781 nel Cagliese e 1799 nel Camericolare quelli del 5 dicembre 1456 (uno dei più forti nese). Un terremoto importante per l’Umbria è
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quello della Valle del Topino del 13 gennaio 1832
(Mw 6.3), mentre nella zona costiera marchigiana
e romagnola diversi terremoti, generalmente di
magnitudo di poco inferiore a 6, producono danni
nelle provincie di Ancona, Pesaro e Urbino e Rimini.
’Appennino settentrionale, fra Toscana ed
Emilia Romagna, manifesta una sismicità decisamente contenuta, seppur molto variabile: dalla
costa riminese, all’Appennino Forlivese (22 marzo
1661, Mw 6.1), al Mugello (29 giugno 1919, Mw
6.3) e alla Garfagnana diversi settori manifestano
una sismicità importante che qualche volta supera
Mw 6. Il terremoto più forte è certamente quello
che colpisce la Garfagnana il 7 settembre 1920 (Mw
6.5). Alcuni villaggi dell’alta Garfagnana furono
quasi completamente distrutti e una settantina di
altre paesi, fra Fivizzano e Piazza al Serchio, subirono danni gravissimi e crolli estesi. Danni minori
si ebbero in un’area molto ampia comprendente la
Toscana nord-occidentale dalla Versilia alle province di Pisa e di Pistoia, la Riviera ligure di levante
e parte dell’Emilia.
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terremoti più importanti che interessano la Liguria (e il basso Piemonte) sono quelli che si verificano nel settore occidentale, fra i quali spicca il
grande terremoto del 23 febbraio 1887 (Mw 6.9),
probabilmente localizzabile a mare. Forti terremoti, ma di magnitudo inferiore a 6, sono localizzati sul versante francese (1564, 1618, 1644). Altri
terremoti significativi, ma di energia non particolarmente elevata, si verificano in Val Pellice e in Val
di Susa.
mente ricordato dalle fonti, che produce danni seri
nel Bresciano.
n Veneto la sismicità più importante si manifesta nel Veronese e lungo tutto il versante orientale. Il più forte terremoto di area padana è quello
notissimo del 3 gennaio 1117 (Veronese, Mw 6.7),
la cui localizzazione è ancora incerta. Molto importanti sono i terremoti dell’Asolano del 25 febbraio
1695 (Mw 6.5) e del Bellunese del 29 giugno 1873
(Mw 6.3). Decisamente più moderata, ma da non
trascurare, la sismicità delle Provincie autonome di
Trento e Bolzano.
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terremoti più forti dell’Italia Settentrionale si verificano però in Friuli Venezia Giulia. Insieme
alla forte sequenza del 1976 (6 maggio, Mw 6.4; 15
settembre Mw 6.0) sono da ricordare il grande terremoto del 26 marzo 1511 (Mw 7.0), che interessa
un’area molto simile e produce danni seri in Slovenia e Austria, e il terremoto del 25 gennaio 1348
(Mw 7.0), localizzabile nell’area di confine fra il
Friuli e la Carinzia.
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er concludere occorre ricordare due cose importanti. La prima è che pressoché nessun terremoto si manifesta come evento isolato: un forte
terremoto è normalmente parte di una sequenza
che può essere molto lunga e complessa, all’interno
della quale possono manifestarsi eventi di energia
molto prossima all’evento che riconosciamo come
principale. La seconda è che quelli citati sono solo
alcuni fra i più forti terremoti che hanno colpito il
nostro paese nei secoli scorsi, mentre sono molto
frequenti terremoti che, pur con energia minore,
ella parte più settentrionale della Regione e in possono provocare danni a persone e cose. AffronValle d’Aosta si risentono effetti di danno per tare il problema solo quando si verifica il grande
i forti terremoti del Vallese, in qualche caso di ma- catastrofico terremoto è troppo tardi. q
gnitudo superiore a 6.
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N
I
l settore della pianura Lombardo-Veneta ha una
sismicità generalmente moderata, con qualche
episodio però significativo, quale ad esempio il terremoto del 25 dicembre 1222 (Mw 5.8), larga-
N.B. Nell’Appendice a pagina 71 è possibile consultare una tabella che raccoglie tutti i terremoti con
magnitudo superiore a 6 gradi accaduti nell’ultimo
millennio in Italia
19
PERICOLOSITA’ SISMICA
Perché i terremoti causano danni e distruzione?
a cura di Marco Mucciarelli
QUANDO AVVERRÀ IL PROSSIMO TERREMOTO? Nessuno può saperlo, perché
potrebbe verificarsi in qualsiasi momento. Sui terremoti sappiamo molte cose,
ma non è ancora possibile prevedere con certezza quando e precisamente
dove si verificheranno. Sappiamo bene, però, quali sono le zone più pericolose
e cosa possiamo aspettarci da una scossa: essere preparati è il modo migliore
per prevenire e ridurre le conseguenze di un terremoto.
La pericolosità, ovvero facciamo “luce”
sui terremoti
né la loro propagazione sono semplici e simmetriche come quelle generate da un sasso in uno stagno. Spesso capita che da un lato dell’epicentro si
motivi per cui gli edifici crollano durante un terosservino danni per decine di chilometri, mentre
remoto dipendono dal come e dal dove un edifidall’altro lato non si osservano danni: questo fenocio viene costruito. Del come si occupa l’ingegneria
meno si chiama direttività. Per tornare all’esempio
sismica (vedi capitoli seguenti). Il luogo di costrudelle luci pensiamo ad un faro che ruota o ai lamzione può essere più o meno pericoloso per due
peggianti blu delle ambulanze. Nella direzione in
motivi:
cui si proietta il fascio la luce è molto più intensa.
1 la distanza dalla sorgente delle onde sismiche; La sorgente delle onde sismiche (la faglia) è come
un lampeggiante bloccato che proietta più luce in
2 le caratteristiche dei suoli di fondazione.
una direzione. Purtroppo non possiamo sapere
I terremoti non avvengono ovunque sulla super- quale sia questa direzione prima del terremoto. Per
ficie terrestre, ma solo in alcune zone che i sismo- alcuni terremoti generati in California dalla stessa
logi hanno imparato a conoscere. L’ideale sarebbe faglia a distanza di qualche decina di anni si è visto
stare lontani da queste aree, che si chiamano zone che le due direzioni erano esattamente opposte.
sismogeniche. In un paese come l’Italia queste zone
’energia del terremoto alla sorgente viene misono molto numerose e non è purtroppo possibile
surata con la magnitudo, una grandezza che
allontanarsene molto. Se guardiamo una lampadina
deriva dalla conoscenza dell’ampiezza misurata
da 100 watt da un metro dobbiamo chiudere gli
delle onde sismiche una volta nota la distanza dalocchi per il fastidio, ma ad un chilometro di dil’epicentro. L’idea della magnitudo viene dalla classtanza la stessa lampadina è un punto appena visisificazione delle stelle, perché anche la loro
bile. A parità di energia alla sorgente, i segnali
luminosità è così diversa da non poter essere deluminosi così come le onde sismiche diminuiscono
scritta da una relazione semplice come quella della
la loro ampiezza in maniera inversamente proporluminosità di una lampadina (due lampadine da 50
zionale alla distanza.
W fanno quasi la stessa luce di una da 100 W). La
uando immaginiamo che tutta l’energia di un magnitudo infatti non è una scala lineare e ad ogni
terremoto provenga da un solo punto lo chia- incremento di una unità corrisponde un aumento
miamo epicentro. A complicarci la vita con i terre- dell’energia di 30 volte. Quindi un terremoto di mamoti c’è però il fatto che né la sorgente delle onde gnitudo 8.0 rispetto ad uno di 5.0 è 30x30x30=
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20
27.000 volte più energetico. Questo non significa sioni. Lo stesso avviene per i terremoti. Non posche farà quasi 30.000 volte più danni. I danni sono siamo dire se una sorgente si accenderà domani o
una proprietà locale del terremoto che dipendono
dalla distanza dall’epicentro, da quanto è profonda
la sorgente (ipocentro) dalla direzione principale
dell’energia, dalle caratteristiche dei terreni di fondazione e dalla qualità delle costruzioni. Così può
capitare che nel 2010 un terremoto di magnitudo
7 ad Haiti causi 250.000 vittime, mentre con la
stessa magnitudo in Nuova Zelanda non si sono
avuti morti. L’anno dopo nella stessa Nuova Zelanda ci sono state quasi 200 vittime per un terremoto di magnitudo 6. Gli effetti dei terremoti sono
misurati dalle scale di intensità. In Italia si usa la
scala Mercalli-Cancani-Sieberg. Fino al quinto
grado non ci sono danni ma effetti sempre maggiori
sulle persone (da non avvertito a spavento, terrore)
e su oggetti (spostamenti, ribaltamenti, rottura).
Dal sesto al settimo grado iniziano danni agli edifici, e dall’ottavo in poi ci sono crolli in percentuali
crescenti. Se diciamo che due terremoti all’epicentro son stati di decimo grado intendiamo che hanno
causato entrambi il crollo di oltre i ¾ degli edifici
in muratura.
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obbiamo poi chiederci ogni quanto tempo si
“accende” la sorgente di un terremoto. Sarebbe bello se il comportamento fosse quello delle
vecchie luci ad intermittenza dell’albero di Natale,
periodico e regolare. Guardando per pochi minuti
una lampadina potremmo imparare subito per
quanto sta accesa e per quanto sta spenta, e tutte
le altre sul filo seguirebbero la stessa regola. Purtroppo il terremoto è come un filo di luci natalizie
di ultima generazione aggrovigliato su se stesso. A
volte lampeggiano regolari ma poco dopo sembrano impazzire: non riusciamo a capire ogni
quanto tempo si accende una singola lampadina e
non capiamo neanche se quando se ne accende una
poi si accenderà quella più vicina oppure un’altra.
Possiamo fissare una singola lampadina e contare
quante volte si accende in 5 minuti. Avremo così
una idea del tempo medio che passa tra due accen-
tra 20 anni, ma possiamo dire che rispetto a quelle
vicine si accende più o meno frequentemente, e
quindi abitare le città nei suoi paraggi sarà più o
meno pericoloso che stare in altre. Avremo così una
classifica relativa di pericolosità che serve agli ingeneri per capire dove bisogna progettare edifici
più resistenti o rinforzare quelli esistenti. Perché i
sismologi non sono capaci di dirci niente di più
sulla pericolosità? Torniamo all’esempio delle lampadine natalizie. Quello che a noi sembra caos è in
realtà una sequenza programmata. Se anziché 5 minuti aspettiamo un tempo più lungo vedremo la sequenza ripetersi più volte. Ma ogni singola sorgente
dei terremoti si accende raramente, se paragonata
alla vita umana. Alcune hanno un tempo medio tra
due terremoti di centinaia di anni. Noi non abbiamo
visto il ciclo sismico ripetersi più volte, e volendo
essere onesti non possiamo dire se i 2000 anni di
storia per cui abbiamo fonti attendibili che ci parlano dei terremoti passati sono un ciclo completo
oppure no.
Se vogliamo un’altra metafora, pronosticare
quando accadrà un terremoto è come stare seduti
sul treno guardando in senso contrario alla marcia.
Non possiamo vedere e sapere dove stiamo andando a meno che non siamo già passati molte
volte sulla stessa linea. Allora riconosceremmo
qualcosa nel paesaggio o nelle città che ci farebbe
capire dove siamo e dove stiamo andando. Ma la
storia dei terremoti avviene su tempi così lunghi
che nessun italiano (per fortuna) passa due volte
per lo stesso terremoto ed i sismologi cercano di
capire dove sta andando il treno mettendo insieme
memorie di tempi e testimoni diversi (dati strumentali, dati strorici, dati archeologici, dati geologici). Come l’avaro Scrooge del “Racconto di Natale”
di Dickens dobbiamo ricevere un insegnamento dai
tre spettri del Natale Passato, Presente e Futuro.
Dobbiamo approfittare dell’attenzione creata dal
terremoto presente perché quello che sappiamo
21
dai terremoti del passato ci permetta di salvare vite
dai terremoti del futuro. q
22
GLI EFFETTI DI UN TERREMOTO SONO GLI STESSI OVUNQUE? A parità di distanza dall’epicentro, l’intensità dello scuotimento provocato dal terremoto
dipende dalle condizioni del territorio, in particolare dal tipo di terreno e dalla
forma del paesaggio. In genere, lo scuotimento è maggiore nelle zone in cui
i terreni sono soffici, minore sui terreni rigidi come la roccia; anche la posizione ha effetti sull’intensità dello scuotimento, che è maggiore sulla cima
dei rilievi e lungo i bordi delle scarpate.
L’influenza del terreno, ovvero quando
il terremoto “suona” male.
I
terreni di fondazione sono molto importanti per
la tenuta di un edificio, ed è cosa nota da millenni. Il Vangelo di Matteo riporta una parabola
dove l’uomo saggio è colui che costruisce sulla roccia mentre lo stolto costruisce sulla sabbia e vedrà
la sua casa in rovina.
Potrebbe sembrare strano che questo sia vero
anche per i terremoti. Gli atleti del salto in lungo atterrano senza danni nella morbida sabbia e si gioca
a pallavolo sulla spiaggia, non su lastre di granito.
Il senso comune ci farebbe pensare che una casa
sulla sabbia stia su di un materasso messo lì apposta per attutire l’urto del terremoto. Questo è in
parte vero, i terreni sciolti attenuano le onde più
della roccia, ma i terreni hanno una proprietà contrastante che la roccia non ha: amplificano alcune
frequenze del terremoto. Come è possibile che un
materiale amplifichi più di quanto attenui? Quando
pensiamo all’amplificazione abbiamo in mente
l’impianto stereo: si gira una manopola ed il volume aumenta. Per i terremoti però non c’è nessun
sulle pareti, ed anziché disperdersi lontano tornano
nell’abitacolo.
Quello che amplifica le onde sismiche non è la
maggiore o minore “durezza” del terreno ma è il
fatto che un terreno soffice sia a contatto con terreni più rigidi o con roccia che come le pareti di un
tunnel imprigiona le onde nei suoli soffici e non le
fa allontanare. E’ importante capire che se un terreno amplifica le onde sismiche lo farà per qualsiasi
terremoto, facendo diventare terremoti deboli e
lontani potenzialmente distruttivi come se fossero
forti e vicini. A peggiorare la situazione contribuisce poi il fatto che i terreni meno rigidi a seguito di
un terremoto possono trasformarsi in sabbie mobili (liquefazione), o se sono in pendenza possono
dare il via alle frane indotte.
Per questo motivo è importante conoscere le caratteristiche dei terreni per capire se e quanto è sicuro costruirci sopra. Per il singolo edificio
l’ingegnere necessita di dati il più possibile precisi
ed affidabili circa il terreno per ricostruire la risposta sismica del punto dove si andrà a costruire.
Agli architetti che pensano allo sviluppo urbaniamplificatore nel terreno che faccia il lavoro di al- stico di una città serve invece una visione meno rafzare il volume, consumando magari un bel po’ di finata ma che permetta comunque di stabilire dove
energia elettrica. Allora cosa succede? Pensiamo ad sarebbe più opportuno far sorgere nuovi quartieri
un automobilista che guida a velocità costante con o infrastrutture importanti (scuole, ospedali, centri
i finestrini aperti: sentirà un certo livello di rumore commerciali), considerando che costruire sui terche rimane uguale. Se però entra in una galleria il reni peggiori non è né impossibile né vietato, ma
rumore percepito diventa molto più forte. Cosa è costa sicuramente di più. Questi studi che differensuccesso? Il rumore generato dal motore a regime ziano i terreni su tutta l’area urbana secondo il loro
di giri costante non è aumentato, ma le onde sonore comportamento in caso di terremoti vengono defirimangono intrappolate nella galleria rimbalzando niti microzonazione sismica. Tornando al para23
gone con il mondo dei suoni, nel primo caso serve
un solista, al massimo delle capacità perché tutto è
affidato a lui. Nel secondo caso ci serve un coro, un
contributo di molte voci dove la qualità dei singoli
non è importante quanto il risultato d’insieme.
C
i sono delle situazioni particolari dove “l’eco”
del terremoto può riverberare più a lungo che
altrove, causando più danni. Alcuni rilievi montuosi
e la gran parte delle valli possono dare problemi di
amplificazione sismica. Geologi e sismologi hanno
imparato a riconoscere i casi peggiori, e quindi
anche se non possiamo prevedere quando avverrà
un terremoto possiamo avere un idea in anticipo su
dove il terremoto farà i maggiori danni. Dobbiamo
quindi spostare l’attenzione dalla generica “previsione del terremoto” alla “previsione delle conseguenze del terremoto”. Adesso esistono strumenti
normativi ed anche finanziamenti statali che incentivano gli studi di microzonazione. E’ importante
far comprendere ai cittadini che fare le indagini che
servono sia per un singolo edificio che per una intera città è un piccolo costo materiale, se paragonato agli enormi costi economici ed umani che si
potrebbero avere quando il prossimo terremoto
colpirà.
Se il gruppo rock del figlio del vicino che prova
in garage ci sembra troppo fracassone possiamo
provare a picchiare con la scopa sul pavimento, ma
quando il terremoto arriva, se siamo su di un terreno che amplifica non c’è modo di chiedergli di
“abbassare il volume”. q
24
VULNERABILITA’ SISMICA
a cura di Angelo Masi, con la collaborazione di Leonardo Chiauzzi
COSA SUCCEDE A UN EDIFICIO? Una scossa sismica provoca oscillazioni, più
o meno forti, che scuotono gli edifici con spinte orizzontali. Gli edifici più antichi e quelli non progettati per resistere al terremoto possono non sopportare
tali oscillazioni, e dunque rappresentare un pericolo per le persone. È il crollo
delle case che uccide, non il terremoto. Oggi, tutti i nuovi edifici devono essere
costruiti rispettando le normative sismiche.
È
normale che un edificio oscilli durante un terremoto, non deve preoccuparci. Quello che bisogna evitare, o quantomeno limitare, è che queste
oscillazioni possano provocare danni gravi, fino a
far crollare l’edificio, in tutto o in parte. Se non è
mai accettabile che un edificio possa crollare, ancor
più lo è se il terremoto non è molto forte, come a
volte accade nel mondo e, purtroppo, anche in Italia. Questo accade quando l’edificio è troppo vulnerabile, ossia debole rispetto al terremoto.
Definiamo vulnerabilità sismica la predisposizione
di un edificio a subire danni (effetto) a fronte di un
terremoto di una data intensità (causa). Osservando il comportamento degli edifici dopo un terremoto vediamo che alcuni si danneggiano più di
altri anche se molto vicini tra loro (Fig. X.1 A e B) e
quindi interessati dalla stessa intensità sismica. In
sostanza, non definiamo vulnerabile un edificio se
questo si danneggia durante
un terremoto, come già detto
entro certi limiti il danno è
un effetto fisiologico che può
essere accettato, ma definiamo vulnerabili quegli edifici che si danneggiano in
modo sproporzionato rispetto all’intensità del terremoto. Come diremmo per
un’automobile che, a causa di
un impatto a bassa velocità,
si danneggia gravemente
Fig. X.1 (A)
mettendo in pericolo la vita
degli occupanti.
Q
uando si verifica un terremoto, mentre il terreno si muove orizzontalmente, un edificio subisce delle spinte in avanti ed indietro in modo
simile a quelle che subisce un passeggero dentro
un autobus che frena ed accelera alternativamente.
A parità di sollecitazione sismica (domanda),
quanto più l’edificio è capace di assorbire queste
sollecitazioni senza subire danni (capacità) tanto
meno è vulnerabile.
Gli studi sulla vulnerabilità sismica si occupano del
confronto tra domanda e capacità, controllando se
e quanto la domanda è maggiore della capacità (valutazione della vulnerabilità) e, qualora sia necessario, indicando come intervenire per diminuire la
domanda - ad es. alleggerendo l’edificio - o aumentare la capacità (riduzione della vulnerabilità).
25
U
n edificio è costituito da tre
componenti principali: 1. la
struttura portante (es. muri portanti, pilastri, ecc.); 2. gli elementi non portanti ma che
assolvono funzioni proprie della
vivibilità dell’edificio (es. tamponature esterne, divisori interni,
controsoffitti, ecc.); 3. gli impianti (elettrico, idrico, idro-sanitario e di riscaldamento).
Fig. X.1 (B)
er struttura portante di un
edificio (Fig. X.2) si intende l’insieme degli ele- cipalmente due: muratura e cemento armato (Fig.
menti che garantiscono il sostegno del suo stesso X.3, a) e b)). Molto pochi sono gli edifici costruiti in
peso (cosiddetto peso proprio), dei carichi che può legno o acciaio (Fig. X.3, c) e d)).
contenere al suo interno (persone, suppellettili, ater come è fatta la struttura portante delle diftrezzature, ecc.) e delle azioni che provengono
ferenti tipologie edilizie il comportamento in
dall’ambiente esterno (es. vento, neve, terremoto).
caso di terremoto di un edificio in muratura è difa funzione della struttura portante è garantire ferente rispetto a quello di un edifico in cemento
che l’edificio possa essere utilizzato con le pre- armato. Infatti, nelle strutture in muratura la resistazioni attese e il livello di sicurezza previsto dalle stenza al terremoto dipende essenzialmente dai
norme. In Italia, in particolare per l’edilizia di tipo muri “maestri” esterni ed interni, dal collegamento
residenziale, i materiali che si utilizzano per realiz- tra loro e con i solai. Per una struttura in cemento
zare la struttura portante di un edifico sono prin- armato invece la resistenza è concentrate in elementi singoli quali i pilastri (elementi verticali), le
travi (elementi sui quali poggia
il solaio di ogni piano) ed i loro
collegamenti (nodi). Se i collegamenti tra i vari elementi sono
stati progettati e realizzati pensando al terremoto allora
l’azione sismica verrà distribuita
in modo adeguato tra tutti gli
elementi della struttura assicurando una maggiore resistenza
all’azione sismica (meno vulnerabile). In caso contrario,
l’azione sismica verrà concentrata su alcuni elementi provocandone una richiesta di
X.2. Esempio di struttura portante di un edificio
resistenza locale maggiore di
P
P
L
26
A
B
C
D
Fig X.3. Esempi di struttura portante: a) muratura, b) cemento armato , c) acciaio, d) legno
quella con la quale essi sono stati progettati (si vedano gli esempi riportati nelle Figg. X.4-X.6 nella
pagina successiva).
I
n un edifico, durante un terremoto, anche gli elementi cosiddetti non strutturali (es. tamponature esterne, tramezzi interni, controsoffitti,
camini, ecc.) possono subire seri danni causando
sia gravi conseguenze alle persone che costi e
tempi elevati per la loro riparazione (Fig. X.7). Questo può accadere anche in assenza di danni alla
struttura portante, potendo coinvolgere le persone
che stanno cercando di uscire ed allontanarsi dall’edificio. Ecco perché, durante un terremoto, è preferibile non scappare fuori ma ripararsi ad es. sotto
un tavolo, un letto (o un banco se si è in una scuola)
ed attendere la fine della scossa e poi, con calma,
individuare un percorso sicuro per poter evacuare
l’edifico.
A
nche gli impianti possono provocare danni,
principalmente alla persone con cortocircuiti
elettrici, fughe di gas ed altri problemi simili. Infine,
molto importante è tener conto di mobili e suppellettili interni all’abitazione, come gli armadi che,
con la loro caduta, possono causare serie conseguenze alle persone anche se l’edificio non fosse
per niente danneggiato. Così come ciascun passeggero riesce a reggersi nell’autobus in modo più o
meno efficace rispetto ad altri, così ciascun edificio
ha una propria vulnerabilità sismica in relazione
alle differenti caratteristiche costruttive con cui è
stato realizzato. Quindi, a parità di forza ed energia
dell’evento sismico, la previsione della gravità del
danno che si può verificare, e quindi la vulnerabilità della struttura, dipende da una serie di fattori
27
Fig X.4 Esempi di danneggiamento in edifici in muratura
Fig. X.5 Esempi di crollo e danneggiamento in edifici in cemento armato (a destra: crollo
di tamponature e danni locali a pilastri e nodi; a sinistra: crollo totale del piano terra)
28
Fig.X.6 Esempio di danno localizzato in una struttura in cemento armato (grave danno
alla testa di un pilastro a causa della presenza delle tamponature di altezza limitata
delle per la realizzazione di finestre a nastro).
come il tipo di materiale utilizzato (muratura, ce- significa in sostanza classificarli in termini di capamento armato, ecc.), la qualità del materiale, l’età cità rispetto ad una causa che può provocare delle
di costruzione, lo schema resistente della struttura
(telai, pareti, ecc.), l’altezza della struttura, ecc.
Dall’osservazione del danneggiamento di terremoti
passati si è visto che edifici con caratteristiche simili, sotto l’azione della stessa intensità sismica, subiscono danni simili. Sempre avendo come
riferimento l’esempio del passeggero nell’autobus,
la capacità della classe “adulti”, pur avendo al suo
interno qualche piccola differenza tra gli individui
che la compongono, è nettamente differente rispetto a quella della classe “anziani” mediamente
meno capaci di resistere alle sollecitazioni esterne.
Riconoscere questo diverso comportamento in
gruppi di persone (edifici) con caratteristiche simili
conseguenze (danni). Se l’osservazione dei danni
dopo un terremoto ci consente di attribuire la vulnerabilità “a posteriori”, la stima della vulnerabilità
sismica degli edifici prima che si verifichi un terremoto (valutazione “a priori”, cosiddetta in tempo di
pace) è certamente un tema più complesso. Infatti,
se dopo un evento sismico è sufficiente rilevare i
danni che sono stati provocati, associandoli all’intensità della scossa subita ed alle differenti tipologie di edifici presenti, molto più difficile è la
attribuzione della vulnerabilità “a priori”. A tale
scopo sono stati messi a punto numerosi metodi
che si basano sia sull’esperienza tratta da terremoti
passati (metodi empirici) che su calcoli e modelli
numerici (metodi analitici) che cercano di rappresentare, nel modo fisicamente più prossimo alla realtà, il comportamento delle strutture sotto l’effetto
di differenti terremoti. Questi due approcci vengono spesso integrati dal cosiddetto giudizio
“esperto” di specialisti nel campo dell’ingegneria
sismica.
P
Fig. X.7. Due esempi di danno agli elementi
non strutturali: crollo parziale espulsione
della tamponatura esterna in un edificio in cemento armato (sopra); crollo rovinoso di tramezzi divisori all’interno (sotto).
er poter stimare la vulnerabilità “a priori” si
può operare considerando che strutture realizzate con caratteristiche costruttive simili possono essere raggruppate in classi omogenee sul
piano della loro vulnerabilità attesa. Ad es. alla
classe ad alta vulnerabilità corrispondono gli edifici
in muratura più scadente (struttura portante in
pietrame), una vulnerabilità più bassa è assegnata
agli edifici con una muratura più resistente (struttura portante in mattoni) e alla classe con bassa
vulnerabilità gli edifici con struttura in cemento armato. Differenti sviluppi sono stati effettuati nel
corso degli anni introducendo classificazioni più
dettagliate e anche classi aggiuntive considerando
anche eventuali rinforzi strutturali come cordoli
e/o catene o la tipologia di solai presente (legno,
pignatte con travetti di cemento o di acciaio). q
29
RISCHIO SISMICO
a cura di Sergio Castenetto e Angelo Masi
ANCHE IL PROSSIMO TERREMOTO FARÀ DANNI? Dipende dalla forza del terremoto (se ne verificano migliaia ogni anno, la maggior parte di modesta energia) e dalla vulnerabilità degli edifici, cioè dal livello di rischio. Nella zona in
cui vivi il rischio sismico è elevato e già in passato i terremoti hanno provocato
danni a cose e persone. È possibile quindi che il prossimo forte terremoto faccia danni: per questo è importante informarsi, fare prevenzione ed essere preparati a un’eventuale scossa di terremoto.
O
gni giorno, ciascuno di noi ha a che fare con
pericoli e rischi di vario genere. L’errore che
spesso si fa, tuttavia,è quello di considerare i due
termini equivalenti: pericolo e rischio vengono considerati la stessa cosa. In realtà, il pericolo è rappresentato da un evento”pericoloso”, che può cioè
produrre conseguenze, ma che non è certo avvenga
o per lo meno non sappiamo quando avverrà, mentre il rischio è rappresentato dalle conseguenze dell’evento. Facciamo un esempio legato ai nostri
trascorsi scolastici. L’interrogazione di matematica
rappresentava certamente un pericolo per il brutto
voto che avremmo potuto prendere, ma non sapevamo quando il professore ci avrebbe interrogato.
Le possibili conseguenze dell’interrogazione dipendevano da quanto eravamo vulnerabili, cioè preparati a rispondere alle domande del professore.
Ovviamente la probabilità di essere interrogati e
quindi di subirne le conseguenze dipendeva da
quanto eravamo esposti alla possibile interrogazione, cioè se eravamo presenti o assenti alla lezione. Il rischio in questo caso era rappresentato
dal brutto voto che avremmo potuto prendere.
Quindi, esprimendoci in un modo più formale, possiamo dire che il rischio è il risultato di tre componenti: pericolo, vulnerabilità ed esposizione.
Consideriamo ora il problema sismico.
come la penisola è caratterizzata da due catene
montuose principali, le Alpi e gli Appennini, allo
stesso modo possiamo dire che, ad esempio, la Calabria e la Sicilia orientale sono interessate da terremoti poco frequenti ma di elevata energia,
mentre nell’Appennino settentrionale i terremoti
sono più frequenti ma l’energia associata è generalmente minore. Conoscendo la frequenza e
l’energia (magnitudo) associata ai terremoti che caratterizzano un territorio ed attribuendo un valore
di probabilità al verificarsi di un evento sismico di
una certa magnitudo, in un certo intervallo di
tempo, possiamo definire la sua “pericolosità sismica”. Un territorio avrà una pericolosità sismica
tanto più elevata quanto più forte sarà, a parità di
intervallo di tempo considerato, il terremoto più
probabile. Ma in un territorio ad elevata pericolosità sismica non necessariamente le conseguenze
di un terremoto sono sempre gravi; basti pensare
alle numerose scosse che ogni anno interessano nazioni come il Giappone o gli Stati Uniti e che, nonostante l’energia associata all’evento, provocano
danni limitati. Molto dipende infatti, dalle caratteristiche di resistenza delle costruzioni alle azioni di
una scossa sismica. Questa caratteristica, o meglio
la predisposizione di una costruzione ad essere
danneggiata da una scossa sismica, si definisce
“vulnerabilità”.
Quanto più un edificio è vulnerabile (per la scal terremoto è un fenomeno naturale e la sismicità dente qualità dei materiali utilizzati o per le moda(frequenza e forza con cui si manifestano i terre- lità di costruzione), tanto maggiori saranno le
moti) è una caratteristica fisica del territorio, al conseguenze che ci si devono aspettare in seguito
pari del clima, dell’orografia, dell’idrografia,… Così alle oscillazioni cui la struttura sarà sottoposta.
I
30
I
mmaginiamo ora di considerare la funzione cui al tipo di sismicità, di resistenza delle costruzioni e
è adibito un edificio; ad esempio una abitazione di antropizzazione (natura, qualità e quantità dei
o un ufficio in ore diverse della giornata (giorno, beni esposti), ci si può attendere in un dato internotte), oppure una scuola o un albergo in periodi vallo di tempo. Ecco allora che, a partire da una
diversi dell’anno (estate, inverno). Avremo una azione (lo scuotimento del terreno) che può provomaggiore o minore possibilità di danno alle per- care un danno, è possibile anche individuare quali
sone secondo l’ora o il momento dell’anno in cui av- siano gli elementi sui quali agire per ridurre gli efviene il terremoto. Una considerazione analoga si fetti: la resistenza delle costruzioni (vulnerabilità),
può fare considerando una città d’arte e una citta- le caratteristiche di utilizzo del territorio (esposidina moderna. Pensiamo ai danni inestimabili su- zione). L’Italia ha una pericolosità sismica mediobiti dai monumenti di Assisi a causa del periodo alta (per frequenza e intensità dei fenomeni), una
sismico umbro-marchigiano del 1997. Anche in vulnerabilità molto elevata (per fragilità del patriquesto caso le conseguenze non sono paragonabili monio edilizio, infrastrutturale, industriale, produta quelle che si avrebbero in un piccolo centro mon- tivo e dei servizi) e un’esposizione altissima (per
tano, ad esempio. Questa maggiore possibilità di densità abitativa e presenza di un patrimonio stosubire un danno (economico, in vite umane, ai beni rico, artistico e monumentale unico al mondo). La
culturali,…) viene definita “esposizione”. L’insieme nostra Penisola è dunque ad elevato rischio sidei fattori “pericolosità”, “vulnerabilità” ed “esposi- smico, in termini di vittime, danni alle costruzioni
zione”, consentono di valutare il rischio sismico di e costi diretti e indiretti attesi a seguito di un terun territorio, ossia la misura dei danni che, in base remoto. q
Per saperne di più
Rischio sismico
http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/descrizione_sismico.wp
31
PREVENZIONE
a cura di Sergio Castenetto e Angelo Masi
P
revenire il possibile danno causato da un fisica che non si può modificare. La prevenzione o
evento, qualunque esso sia, significa mettere meglio la riduzione degli effetti di un terremoto si
in atto una serie di azioni che consentano di evi- ottiene intervenendo sulle altre componenti del ritarlo o almeno di ridurne le conseguenze. Tor- schio: la predisposizione a subire un danno (vulnenando all’esempio dell’interrogazione scolastica, rabilità) ed il valore di ciò che è esposto ad un
per ridurre le possibili conseguenze, ossia riuscire possibile danno (esposizione).
a prendere almeno una sufficienza, non posso certo
Una efficace politica di prevenzione è fatta di reagire sul pericolo, perché non posso influenzare le
gole e norme, ma soprattutto è basata su un modecisioni del professore su chi interrogherà. Posso,
dello culturale nuovo nei confronti del terremoto.
però, studiare di più e quindi essere meno vulneLa prevenzione, infatti, essendo il rischio sismico
rabile o più furbescamente darmi malato nei giorni
indissolubilmente legato alla presenza dell’uomo,
di interrogazione, riducendo la mia esposizione.
richiede un rapporto consapevole e responsabile
Nel caso del terremoto, è possibile ridurre le sue dell’uomo con il territorio in cui vive e in questa atconseguenze ma non annullare il rischio. L’evento tività di prevenzione due sono gli attori principali:
(il terremoto), infatti, non è evitabile e la “perico- le istituzioni ed il cittadino, ciascuno dei quali
losità sismica” di un territorio è una caratteristica svolge un ruolo importante e interagisce con l’altro.
COSA FA LO STATO PER AIUTARTI? Nel 2009, dopo il terremoto dell’Aquila, lo
Stato ha avviato un piano nazionale per la prevenzione sismica, che prevede
lo stanziamento alle Regioni di circa un miliardo di euro in sette anni con diverse finalità:
• indagini di microzonazione sismica, per individuare le aree che possono
amplificare lo scuotimento del terremoto;
• interventi di miglioramento sismico di edifici pubblici strategici e rilevanti;
• incentivi per interventi di miglioramento sismico di edifici privati.
L
o Stato, ma più in generale le istituzioni, agi- •
scono in vari modi per aumentare la sicurezza
della popolazione nei confronti del rischio sismico,
attraverso:
•
32
il miglioramento delle conoscenze sul fenomeno, il monitoraggio del territorio e la valutazione del pericolo a cui è esposto il patrimonio •
abitativo, la popolazione e i sistemi infrastrutturali (la viabilità, le reti elettriche, idriche, gasdotti, ferrovie, ecc.);
la riduzione della vulnerabilità ed esposizione
con azioni indirette (classificazione sismica,
normativa per le costruzioni, micro zonazione
sismica, pianificazione del territorio) e azioni
dirette (rafforzamento locale, miglioramento e
adeguamento sismico delle costruzioni);
intervenendo sulla popolazione con una costante e incisiva azione di informazione e sensibilizzazione.
U
n ruolo molto importante hanno le attività di neficiare di detrazioni fiscali.
studio e ricerca. In particolare, per quanto riLa cifra di 963,5 milioni di euro, anche se cospicua
guarda l’ingegneria sismica, negli ultimi anni sono
rispetto al passato, rappresenta una minima pernati in Italia centri di competenza come ReLUIS
centuale del fabbisogno necessario per il completo
(Rete dei Laboratori Universitari di Ingegneria Siadeguamento sismico degli edifici pubblici e privati
smica, www.reluis.it) ed EUCENTRE (www.eucene delle infrastrutture strategiche. Tuttavia, il piano
tre.it), che svolgono studi e ricerche per conto del
può avviare un processo virtuoso che porterà a un
Dipartimento della Protezione Civile (DPC) su tedeciso passo avanti nella crescita di una cultura
matiche relative alla valutazione e riduzione della
della prevenzione sismica da parte della popolavulnerabilità delle strutture esistenti (edifici in muzione e degli amministratori pubblici.
ratura e in calcestruzzo armato e ponti), allo sviluppo di criteri di progetto e verifica innovativi
’attuazione del piano è regolata attraverso orconcernenti le opere geotecniche (come dighe e
dinanze del Presidente del Consiglio dei Minigallerie), alle nuove metodologie per la mitigazione stri, che disciplinano l’uso dei contributi impiegati
del rischio che utilizzano dispositivi e materiali in- per:
novativi, alla gestione e pianificazione dell’emer• studi di microzonazione sismica;
genza, al monitoraggio di strutture e infrastrutture,
ecc.. Le ricerche sono basate su studi teorici e su • interventi di rafforzamento locale o miglioraestese campagne sperimentali effettuate presso i
mento sismico o demolizione e ricostruzione di
principali laboratori italiani di ingegneria sismica
edifici ed opere pubbliche di interesse stratee sono finalizzate allo sviluppo di manuali applicagico per finalità di protezione civile. Sono
tivi, proposte di normativa e messa a punto di proesclusi dai contributi gli edifici scolastici, ogcedure operative a supporto dell’azione del DPC.
getto di altri finanziamenti, ad eccezione di
Gli studi sono un elemento di base importante per
quelli che ospitano funzioni strategiche e sono
applicare il concetto di prevenzione sismica, ma,
individuati nei piani di emergenza di proteperché ciò accada in modo concreto e diffuso, sono
zione civile;
necessari tecnici competenti, politici lungimiranti
• interventi strutturali di rafforzamento locale o
e, soprattutto, cittadini informati e consapevoli.
miglioramento sismico o di demolizione e ricoIl Piano nazionale per la prevenzione
struzione di edifici privati;
del rischio sismico
L
D
opo il terremoto aquilano del 6 aprile 2009, lo
Stato ha avviato un piano di interventi per la
riduzione del rischio sismico, a livello nazionale,
che prevede lo stanziamento di circa 965 milioni di
euro distribuiti su 7 anni. Per la prima volta, attraverso un programma organico pluriennale, l’intero
territorio nazionale viene interessato da studi per
la caratterizzazione sismica delle aree e da interventi per rendere più sicuri gli edifici pubblici e privati. Novità assoluta del piano è la possibilità per i
cittadini di richiedere contributi economici per realizzare interventi su edifici privati e non solo di be-
•
altri interventi urgenti e indifferibili per la mitigazione del rischio sismico, con particolare riferimento a situazioni di elevata vulnerabilità
ed esposizione.
I finanziamenti riguardano interventi di prevenzione del rischio sismico nei Comuni ad elevata pericolosità sismica in cui la classificazione sismica
prevede una accelerazione al suolo ag non inferiore
a 0,125g: in sostanza tutti i comuni che ricadono in
Zona 1 e 2, più una parte di comuni in zona 3, per
un totale di oltre 3000 comuni.
33
L’OPCM 3907 del 1 dicembre 2010 ha regolato l’uti- zone stabili, le zone stabili suscettibili di amplificalizzo del contributi della prima annualità. L’OPCM zione locale e le zone soggette a instabilità, quali
4077 del 29 febbraio 2012 disciplina l’utilizzo dei frane, rotture della superficie per faglie e liquefafondi dell’annualità 2011.
zioni dinamiche del terreno.
Gli interventi previsti per l’annualità 2011, come
Gli studi di MS forniscono dunque informazioni
per l’annualità precedente, vengono attuati attra- utili per il governo del territorio, per la progettaverso programmi predisposti dalle Regioni e dalle zione, per la pianificazione per l’emergenza e per
Province autonome, in base a strategie e priorità la ricostruzione post sisma.
che tengono conto delle caratteristiche territoriali.
ltro elemento innovativo è la destinazione di
ra gli strumenti di prevenzione sismica che
parte dei contributi a interventi sull’edilizia
maggiormente possono incidere sulla salva- privata, non utilizzati nella prima annualità, previguardia delle persone e delle cose e che ha visto un sti obbligatoriamente per l’annualità 2011 in misignificativo sviluppo e diffusione negli ultimi sura minima del 20% e massima del 40% del
trent’anni, c’è sicuramente la microzonazione si- finanziamento assegnato alle Regioni, purché quesmica (MS).
sto sia pari o superiore a 2 milioni di euro. Nell’annualità precedente (2010) solo la Regione Marche
L’osservazione dei danni alle costruzioni e alle
ha destinato parte dei fondi, circa 400.000 euro, a
infrastrutture spesso evidenzia differenze sostaninterventi sull’edilizia privata.
ziali anche a piccole distanze, oppure crolli e danni
I cittadini possono richiedere contributi per gli
notevoli anche a grandi distanze dall’epicentro.
Esempi di questo tipo si sono riscontrati in quasi interventi di rafforzamento locale, miglioramento
tutti i terremoti accaduti negli ultimi 100 anni. Si- sismico, demolizione e ricostruzione sugli edifici
curamente la qualità delle costruzioni può influire privati consultando i bandi dei propri comuni sugli
sulle differenze del danno, ma spesso le cause albi pretori e sui siti web istituzionali. E’ compito
vanno ricercate in una differente pericolosità si- dei comuni registrare le richieste di contributi dei
smica locale, determinata da effetti di amplifica- cittadini per poi trasmetterle alle regioni, che le inzione del moto sismico o da instabilità del suolo. seriscono in una graduatoria di priorità. Le richieTutto ciò è oggetto degli studi di MS, attraverso i ste sono ammesse fino a esaurimento delle risorse
quali è possibile individuare e caratterizzare le ripartite. q
T
A
Per saperne di più
Prevenzione
http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/view_ris.wp?contentId=RIS116
Piano nazionale per la prevenzione del rischio sismico
http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/piano_nazionale_prevenzione.wp
34
Microzonazione sismica
http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/microzonazione.wp
COSA DEVI SAPERE? In quale zona vivi. L’Italia è un Paese interamente sismico,
ma il suo territorio è classificato in zone a diversa pericolosità. Chi costruisce
o modifica la struttura di un’abitazione è tenuto a rispettare le norme sismiche
della propria zona, per proteggere la vita di chi ci abita. Per conoscere la zona
sismica in cui vivi e quali sono le norme da rispettare, rivolgiti agli uffici competenti della tua Regione o del tuo Comune.
S
ulla base della frequenza ed intensità dei terremoti del passato, tutto il territorio italiano è
stato classificato in quattro zone sismiche che prevedono, nei comuni inseriti in elenco, l’applicazione
di livelli crescenti di protezione per le costruzioni
(massima per la Zona 1).
Zona 1. E’ la zona più pericolosa, dove in passato si sono avuti danni gravissimi a causa di
forti terremoti.
Zona 2. Nei comuni inseriti in questa zona in
passato si sono avuti danni rilevanti a causa di
terremoti abbastanza forti.
Zona 3. I comuni inseriti in questa zona hanno
avuto in passato pochi danni. Si possono avere
scuotimenti modesti.
Zona 4. E’ la meno pericolosa. Nei comuni inseriti in questa zona le possibilità di danni sismici sono basse.
namento.
L’adozione della classificazione sismica del territorio spetta per legge alle Regioni. Ciascuna Regione, pertanto, ha pubblicato con un proprio
decreto l’elenco dei comuni con l’attribuzione ad
una delle quattro zone sismiche previste dall’Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n.
3274/03. Per conoscere la zona sismica in cui è
classificato il territorio in cui si vive, ci si può quindi
rivolgere alla Regione o al Comune. Nei comuni
classificati sismici, chiunque costruisca una nuova
abitazione o intervenga su una abitazione esistente,
modificando le parti strutturali (mura portanti,
solai, travi, pilastri, tetto) è obbligato a farlo rispettando la normativa antisismica, cioè criteri particolari di progettazione e realizzazione degli edifici.
Ciò è avvenuto già a partire dal 1909, quando furono pubblicati i primi elenchi di comuni nei quali
per le nuove costruzioni era necessario applicare
specifiche norme.
A
partire dal Testo Unico delle leggi emanate a
seguito del terremoto calabro-messinese del
ciascuna zona è attribuito un valore di perico1908 (T.U. 1399 del 1917) la normativa tecnica per
losità sismica espressa in termini di accelerale costruzioni da applicarsi in zona sismica si è evozione al suolo ag che ha la maggior probabilità di
luta, per giungere alle più recenti disposizioni.
essere superata in un dato intervallo di tempo, in
genere 50 anni. La classificazione del territorio è Il principio sul quale si fonda la normativa vigente,
iniziata nel 1909, dopo il disastroso terremoto di è quello di prescrivere norme per le costruzioni tali
Reggio Calabria e Messina del 28 dicembre 1908, che un edificio sopporti senza gravi danni i terremoti
ed è stata aggiornata numerose volte fino all’at- meno forti e senza crollare i terremoti più forti, saltuale, disposta nel 2003 con Ordinanza del Presi- vaguardando prima di tutto le vite umane. Il che sidente del Consiglio dei Ministri (n. 3274). In futuro, gnifica, in altri termini, garantire che un edificio
potrà subire nuove modifiche se il miglioramento costruito con criteri antisismici non subisca danni
delle conoscenze renderà necessario un suo aggior- significativi per i terremoti che con più frequenza
A
35
36
interessano l’area in cui ricade, mentre potrà subire ritorio nazionale, su una maglia quadrata di 5 km
danni, anche gravi, solo per i terremoti di forte in- di lato, indipendentemente dai confini amministratensità (quelli più rari), senza però crollare.
tivi comunali (http://esse1-gis.mi.ingv.it/).
L
a classificazione sismica (zona sismica di appartenenza del comune) e il relativo valore di
pericolosità attribuito alle zone, dunque, non serve
per la progettazione delle opere, ma è utile per la
er garantire che l’edificio sopporti lo scuotipianificazione e per il controllo del territorio da
mento del terremoto, le attuali Norme Tecniparte degli enti preposti (Regione, Genio Civile,
che per le Costruzioni (DM 14 gennaio 2008;
ecc.).
NTC08), entrate in vigore il 1 luglio 2009, prevedono che per ogni costruzione ci si debba riferire
er il cittadino sapere la zona sismica in cui riper la definizione dell’azione sismica di cui tenere
cade il comune dove abita è un’informazione
conto nei calcoli di progetto, ad una accelerazione utile a comprendere livello di pericolosità sismica
di “sito” individuata sulla base delle coordinate dell’area, ossia la possibilità che possa essere integeografiche dell’area dove si deve realizzare l’opera ressata da terremoti e sulla loro forza. Spetta ai tece in funzione della “ vita nominale” dell’opera, cioè nici esperti (ingegneri, architetti, geometri), nel
del numero di anni durante i quali una struttura rispetto delle norme tecniche per le costruzioni, ocdeve poter essere usata per lo scopo per cui è stata cuparsi della progettazione corretta di nuovi edifici
progettata, generalmente pari o superiore a 50 o della realizzazione di interventi sulle strutture di
anni. Questo valore di pericolosità di base è stato un edificio esistente per renderlo più sicuro in caso
definito e reso disponibile per ogni punto del ter- di terremoto. q
Pur danneggiandosi, un edificio antisismico sarà
in grado, quindi, di proteggere la vita di chi lo occupa.
P
P
Per saperne di più
Classificazione sismica
http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/classificazione.wp
Normativa antisismica
http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/leg_rischio_sismico.wp
37
LA SICUREZZA DELLA TUA CASA. È importante sapere quando e come è
stata costruita la tua casa, su quale tipo di terreno, con quali materiali. E soprattutto se è stata successivamente modificata rispettando le norme sismiche. Se hai qualche dubbio o se vuoi saperne di più, puoi rivolgerti all’ufficio
tecnico del tuo Comune oppure a un tecnico di fiducia.
L
a classificazione sismica del territorio e l’applicazione di norme e regole per le costruzioni,
non ha ridotto ancora in modo significativo l’entità
del rischio sismico in Italia. Il limite fondamentale
della prevenzione affidata alla sola applicazione del
binomio classificazione sismica - normativa è dato
dalla presenza in Italia di un consistente patrimonio edilizio storico, che caratterizza gran parte dei
centri abitati e che spesso si presenta degradato e
più vulnerabile, senza contare il patrimonio edilizio
abusivo, spesso concentrato proprio dove maggiore
è il livello di rischio, che non offre certamente garanzie di resistenza alle azioni sismiche. Il problema è, dunque, avviare il recupero di questa
edilizia in chiave antisismica, recupero che richiede
la partecipazione diretta del cittadino, consapevole
delle caratteristiche di sismicità e del livello di rischio del territorio in cui vive. Questo modello culturale nuovo nei confronti del terremoto si deve
tradurre in una crescita della responsabilità individuale, condizione indispensabile per una efficace
azione di prevenzione.
E
•
•
di mattoni o di pietre regolari e ordinate,
con catene
di pietre piccole, irregolari e disordinate
Tetto e solai sono:
• di cemento armato
• in legno, a volta o in travi di ferro
la casa è:
• nuova o costruita di recente e progettata da
un tecnico
• abbastanza vecchia, costruita tra i primi
anni del ‘900 e gli anni cinquanta
• molto vecchia o antica, costruita prima del
‘900
solaio, tetto e muri sono:
• nuovi, oppure sono stati rifatti o riparati
• vecchi, ma parzialmente rifatti e tenuti
sotto controllo
• vecchi e nessuno si è mai preoccupato di
verificare in che stato siano
’ importante saperne di più sulla propria abitazione, ad esempio: conoscere l’età della coualora il cittadino non sappia rispondere o
struzione, il tipo di struttura (muri portanti o
abbia dei dubbi è importante che si rivolga ad
struttura in cemento armato), i materiali di costruzione impiegati, il tipo di interventi di ristruttura- un tecnico specializzato per saperne di più. Solo
tecnici esperti possono dare un giudizio sulla quazione realizzati, ecc.
lità delle costruzioni e sulle caratteristiche di resiIn sintesi le cose utili da sapere sono:
stenza di un edificio alle azioni sismiche. q
I muri sono fatti:
• di cemento armato, di mattoni o di grandi
pietre regolari ed ordinate
38
Q
COSA DEVI FARE PER LA TUA SICUREZZA? Con il consiglio di un tecnico. A
volte basta rinforzare i muri portanti o migliorare i collegamenti fra pareti e
solai: per fare la scelta giusta, fatti consigliare da un tecnico di fiducia.
I
problemi descritti sugli edifici esistenti possono
essere affrontati adeguatamente, per quelli
nuovi, già in fase di progettazione. Realizzare edifici
nuovi “poco” vulnerabili (anche se l’invulnerabilità
è un mito) è abbastanza semplice e non comporta
costi elevati: basta rispettare poche regole contenute nelle norme tecniche per le costruzioni in
zona sismica. Tuttavia, tenuto conto delle caratteristiche del patrimonio edilizio italiano, in cui sono
presenti molti edifici antichi ma soprattutto vecchi,
molti edifici costruiti senza regole antisismiche
negli anni ’50, ’60 e ’70 e, dunque, anche piuttosto
“stanchi”, possiamo dire che la vera sfida che abbiamo davanti per la riduzione del rischio sismico
è la messa in sicurezza degli edifici esistenti, pubblici e privati.
C
ostruzioni realizzate dopo l’entrata in vigore
della classificazione sismica e quindi soggette
al rispetto delle norme è molto probabile che siano
sismicamente protette, che siano state costruite,
cioè, nel rispetto delle norme, in vigore già dal 1909
per alcune zone d’Italia. Ciò non toglie che, in assenza di controlli o a seguito di ristrutturazioni irregolari, le caratteristiche di resistenza della
costruzione possono essere venute meno. Quindi,
in tutti i casi, per fare la scelta giusta è importante
affidarsi ad un tecnico di fiducia, sia per una valutazione delle caratteristiche dell’edificio sia per
farsi consigliare su eventuali interventi, che in
molto casi possono essere anche semplici e poco
costosi. Molto importante è rivolgersi a professionisti che siano esperti di ingegneria sismica. Nel
campo delle costruzioni ciò spesso non accade,
contrariamente a quanto accade in ambito sanitario: si cerca sempre un bravo medico ma nessuna
persona di buon senso si sognerebbe, avendo pro-
blemi ad un ginocchio, di andare da un dermatologo invece che da un ortopedico.
O
perare su edifici esistenti significa anzitutto
valutarne la vulnerabilità sismica attuale. Tale
operazione di diagnosi è spesso sottovalutata o,
anche in questo caso, affidata a mani poco esperte.
Mentre nessuno di noi si sognerebbe di fare anche
una banale otturazione ad un dente senza essersi
prima sottoposti a radiografie ed altre analisi, nel
valutare la sicurezza della propria casa questo in
genere non accade: le indagini vengono viste come
un fastidio che si cerca di evitare o limitare al massimo. Al contrario, le indagini e la conseguente valutazione della vulnerabilità sono fondamentali per
capire quali siano le cause che determinano la debolezza dell’edificio e, di conseguenza, cosa si può
fare per ridurla individuando quello che è realmente necessario. Ciò eviterà sia di fare meno di
quanto è necessario per salvaguardare la nostra
vita e quella della nostra famiglia, sia più del necessario per salvaguardare ….il nostro “portafoglio”.
Ad esempio, per gli edifici in muratura, molto diffusi nei centri storici e nelle zone rurali, se il materiale delle pareti è di cattiva qualità bisogna
intervenire per migliorare tale qualità ma, qualora
anche i solai non siano idonei (ad es. solai con volte
o in legno), senza intervenire anche su di essi non
si riuscirebbe a ridurre significativamente la vulnerabilità. Per gli edifici con struttura in cemento armato, ossia i grandi fabbricati molto diffusi nelle
zone urbane più recenti, è importante guardare alla
qualità dei materiali (calcestruzzo e acciaio), ai particolari costruttivi (ad es. come sono disposte le
barre di acciaio all’interno di pilastri e travi), e alle
caratteristiche generali della struttura (forma regolare o irregolare, presenza e posizione delle tam39
ponature esterne, ecc.). Gli interventi che si possono fare per ridurre la vulnerabilità sono tanti e
delle condizioni di sicurezza preesistenti.
P
er quanto riguarda il tipo di intervento, le posdi tipo diverso in termini di obiettivo, tecnica e tecsibilità sono numerose. Ecco alcune indicazioni
nologia. Per quanto riguarda l’obiettivo, la riduzione della vulnerabilità può essere “totale” o tratte dalle attuali norme tecniche italiane:
parziale:
• rinforzo di alcune parti della struttura (pilastri, travi, ecc.);
• interventi di adeguamento sismico finalizzato a dare all’edificio lo stesso livello di si- • aggiunta di nuovi elementi resistenti come, ad
esempio, pareti in c.a. o controventi in acciaio;
curezza previsto per gli edifici nuovi dalle
• saldatura o ampliamento di giunti inadeguati
norme tecniche vigenti;
tra edifici adiacenti o inserimento di materiali
• interventi di miglioramento sismico finalizatti ad attenuare gli urti;
zati ad aumentare la sicurezza strutturale
esistente, pur senza necessariamente rag- • eliminazione di eventuali piani “deboli” come
il piano terra aperto attraverso la modifica o
giungere i livelli richiesti dalle norme vil’inserimento di nuovi elementi strutturali;
genti;
• riparazioni o interventi locali di rafforza- • trasformazione di elementi non strutturali,
come la tamponature in laterizio, in elementi
mento che interessino elementi isolati, e che
strutturali, ad esempio inserendo una incamicomunque comportino un miglioramento
40
•
•
•
•
ciatura in c.a.;
riduzione delle masse, ad esempio eliminando
una copertura pesante e sostituendola con
materiali leggeri come il legno;
limitazione o cambiamento della destinazione
d’uso dell’edificio;
demolizione parziale.
introduzione di una protezione passiva mediante strutture di controvento dissipative e/o
isolamento alla base.
G
li interventi devono ottenere il risultato di far
crescere il rapporto tra la resistenza sismica
dell’edificio (capacità) e l’azione del terremoto (domanda): gli interventi da 1. a 5. mirano essenzialmente a far crescere la capacità, quelli da 6. a 8. a
far diminuire la domanda, l’intervento tipo 9. opera
su entrambi i fattori. Come si vede si tratta di soluzioni tecniche diverse, da affidare a professionisti
esperti che possano garantirne una applicazione
“intelligente” in modo da ottenere il migliore risultato possibile in termini di efficacia tecnica e di efficienza economica. q
41
DA SOLO, FIN DA SUBITO
• Allontana mobili pesanti da letti o divani.
• Fissa alle pareti scaffali, librerie e altri mobili alti; appendi quadri e specchi
con ganci chiusi, che impediscano loro di staccarsi dalla parete.
• Metti gli oggetti pesanti sui ripiani bassi delle scaffalature; su quelli alti,
puoi fissare gli oggetti con del nastro biadesivo.
• In cucina, utilizza un fermo per l’apertura degli sportelli dei mobili dove
sono contenuti piatti e bicchieri, in modo che non si aprano durante la
scossa.
• Impara dove sono e come si chiudono i rubinetti di gas, acqua e l’interruttore generale della luce.
• Individua i punti sicuri dell’abitazione, dove ripararti in caso di terremoto:
i vani delle porte, gli angoli delle pareti, sotto il tavolo o il letto.
• Tieni in casa una cassetta di pronto soccorso, una torcia elettrica, una radio
a pile, e assicurati che ognuno sappia dove sono.
• Informati se esiste e cosa prevede il Piano di protezione civile del tuo Comune: se non c’è, pretendi che sia predisposto, così da sapere come comportarti in caso di emergenza.
• Elimina infine tutte le situazioni che, in caso di terremoto, possono rappresentare un pericolo per te o i tuoi familiari.
•
N
on tutti gli interventi che aumentano la sicurezza all’interno della casa in cui abitiamo richiedono il coinvolgimento di un tecnico o hanno
bisogno di tempi lunghi di realizzazione e costi eco- •
nomici. Il primo passo è guardarsi intorno e identificare nella nostra abitazione tutto ciò che in caso
di terremoto può trasformarsi in un pericolo. La
•
maggioranza delle persone pensa che le vittime di
un terremoto siano provocate dal crollo degli edifici. In realtà, molte delle vittime sono ferite da oggetti che si rompono o cadono su di loro, come
televisori, quadri, specchi, controsoffitti. Alcuni ac- •
corgimenti poco costosi e semplici possono rendere più sicura la nostra casa. Ad esempio:
•
42
Allontanare mobili pesanti, come le librerie, da
letti o divani o posti dove normalmente ci si riposa o ci si siede;
•
Fissare alle pareti scaffali, librerie e altri mobili
alti; appendere quadri e specchi con ganci
chiusi, che impediscano loro di staccarsi dalla
parete.
Porre gli oggetti pesanti sui ripiani bassi delle
scaffalature e fissare gli oggetti sui ripiani alti
con del nastro biadesivo
In cucina, utilizzare un fermo per l’apertura
degli sportelli del mobile dove sono contenuti
piatti e bicchieri, in modo che non si aprano durante la scossa
Imparare dove sono e come si chiudono i rubinetti di gas, acqua e l’interruttore generale della
luce.
Individuare i punti sicuri dell’abitazione, dove
ripararsi in caso di terremoto: i vani delle porte,
gli angoli delle pareti, sotto il tavolo o il letto.
•
•
Tenere in casa una cassetta di pronto soccorso,
una torcia elettrica, una radio a pile, e assicurasi
zione alla salvaguardia della vita umana: quanti uomini, quali strutture di comando e controllo, quali
che ognuno sappia dove sono.
strade o itinerari di fuga, quali strutture di ricovero,
aree sanitarie, etc.
Informarsi se esiste e cosa prevede il Piano di
protezione civile comunale: se non c’è, pretendere che sia predisposto, così da sapere come
comportarsi in caso di emergenza.
Il piano di protezione civile comunale
Le aree di emergenza
A
ree destinate, in caso di emergenza, ad uso di
protezione civile. Esse devono essere preventivamente individuate nella pianificazione di protezione civile e possono essere di tre tipi:
n piano di protezione civile non è altro che il 1 Aree di ammassamento soccorritori e risorse. Luoghi, in zone sicure rispetto alle diprogetto di tutte le attività coordinate e di
verse tipologie di rischio, dove dovranno
tutte le procedure che dovranno essere adottate
trovare sistemazione idonea i soccorritori e le
per fronteggiare un evento calamitoso atteso in un
risorse necessarie a garantire un razionale indeterminato territorio, in modo da garantire l’effettervento nelle zone di emergenza. Tali aree dotivo ed immediato impiego delle risorse necessarie
vranno essere facilmente raggiungibili
al superamento dell’emergenza ed il ritorno alle
attraverso percorsi sicuri, anche con mezzi di
normali condizioni di vita. Il Piano di protezione cigrandi dimensioni, e ubicate nelle vicinanze di
vile o piano di emergenza è il supporto operativo
risorse idriche, elettriche e con possibilità di
al quale il Sindaco si riferisce per gestire l’emersmaltimento delle acque reflue. Il periodo di
genza col massimo livello di efficacia.
permanenza in emergenza di tali aree è comIl Piano deve rispondere alle domande:
preso tra poche settimane e qualche mese.
U
a) quale eventi calamitosi possono ragionevolmente interessare il territorio comunale?
b) quali persone, strutture e servizi ne saranno
coinvolti o danneggiati?
c) quale organizzazione operativa è necessaria
per ridurre al minimo gli effetti dell’evento con
particolare attenzione alla salvaguardia della
vita umana?
d) a chi vengono assegnate le diverse responsabilità nei vari livelli di comando e controllo per
la gestione delle emergenze?
I
2 Aree di attesa della popolazione. Sono i luoghi di prima accoglienza per la popolazione;
possono essere utilizzate piazze, slarghi, parcheggi, spazi pubblici o privati non soggetti a rischio (frane, alluvioni, crollo di strutture
attigue, etc.), raggiungibili attraverso un percorso sicuro. Il numero delle aree da scegliere
è funzione della capacità ricettiva degli spazi disponibili e del numero degli abitanti. In tali aree
la popolazione riceve le prime informazioni sull’evento e i primi generi di conforto. Le Aree di
Attesa della popolazione saranno utilizzate per
un periodo di tempo compreso tra poche ore e
qualche giorno.
l Piano di emergenza è dunque uno strumento di
lavoro tarato su una situazione verosimile sulla
base delle conoscenze scientifiche dello stato di ri- 3 Aree di accoglienza o di ricovero della popolazione. Sono luoghi, individuati in aree sicure
schio del territorio, utile a dimensionare preventirispetto alle diverse tipologie di rischio e poste
vamente la risposta operativa necessaria al
nelle vicinanze di risorse idriche, elettriche e fosuperamento della calamità con particolare atten-
43
gnarie, in cui vengono installati i primi insediamenti abitativi per alloggiare la popolazione
consentirne l’allestimento e la gestione. Rientrano nella definizione di aree di accoglienza o
colpita. Dovranno essere facilmente raggiungibili anche da mezzi di grandi dimensioni per
di ricovero anche le strutture ricettive (hotel,
residence, camping, etc.). q
Per saperne di più
Cosa fare
http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/cosa_fare_sismico.wp
Piani di emergenza
http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/piano_emergenza.wp
44
PARTE TERZA: COME COMUNICARE
TECNICHE DI COMUNICAZIONE: STORyTELLING
a cura di Riccardo Rita
“Ho imparato”, disse il filosofo, “che la testa non
sente niente che il cuore non abbia già ascoltato, e
che quel che il cuore sa oggi, la testa lo comprenderà domani”.
(James Stephens, La pentola dell’oro, Adelphi)
Introduzione
la testa. Disse che sicuramente da quelle parti non
c’era nessun museo, perché lui a Palermo c’era nato
ualche tempo fa mi trovavo a un convegno or- e in quella via ci lavorava ogni giorno da vent’anni.
ganizzato dal Ministero dei Beni culturali. Si È inutile che vi dica che, come si scoprì solo in sediscuteva delle strategie di comunicazione da adot- guito, mentre noi discutevamo, l’entrata del museo
tare per far conoscere meglio ai cittadini la ric- si trovava esattamente dove si era sempre trovata,
chezza del nostro patrimonio storico e culturale. anche negli ultimi vent’anni: ovvero alle spalle del
Dopo una serie di interventi molto tecnici (e altret- parcheggiatore”.
Q
tanto noiosi) basati su statistiche, percentuali e
uesta storia non solo aveva catturato l’attenslide che riportavano una serie di dati e numeri imzione di tutti, facendoci fare anche qualche ripilati gli uni sugli altri, prese la parola un dirigente
di un certo progetto per la valorizzazione dei poli sata, ma conteneva più sostanza di tutti quegli
interminabili grafici pieni di numeri. Con una narmuseali d’eccellenza.
razione basata sulla propria esperienza personale,
ravamo andati in missione a Palermo per un quel dirigente aveva messo a nudo il problema:
sopralluogo al Museo Antonio Salinas”, at- buona parte del patrimonio culturale e artistico del
taccò il dirigente. “Il Salinas – continuò – è tra i più nostro paese è pressoché sconosciuto alle persone,
importanti poli archeologici del nostro Paese e pos- perfino quelle che ci lavorano davanti da vent’anni.
siede, oltre a numerose testimonianze della storia E questa informazione, a differenza dei precedenti
siciliana, una delle più ricche collezioni d’arte pu- interventi, c’era giunta attraverso un’emozione,
nica e greca d’Italia. Viaggiavamo in automobile e non attraverso un’analisi. Avevamo appena assicercavamo di destreggiarci tra le vie del centro cer- stito a un brillante esempio dell’uso delle tecniche
cando di intuire le indicazioni di un navigatore sa- di storytelling. La cui peculiarità è proprio quella di
tellitare che perdeva continuamente la far passare le informazioni attraverso un processo
connessione. Arrivati a uno spiazzo, dopo aver fatto emozionale.
tre o quattro giri dello stesso isolato senza riuscire
Da dove viene
a raccapezzarci, ci siamo accostati per chiedere informazioni a un parcheggiatore abusivo che si ril termine storytelling non è così facile da traparava dal sole in un angolo ombreggiato della via.
durre dall’inglese come potrebbe sembrare a
Gli chiedemmo se cortesemente poteva indicarci la
strada per il Museo Salinas. L’uomo alzò le spalle e prima vista. Generalmente viene tradotto con narci rispose che non l’aveva mai sentito nemmeno no- razione; altre, più liberamente, con l’arte di racconminare. Alla nostra insistenza cominciò a scuotere tare. Ciascuna di queste traduzioni, seppure
Q
“E
I
46
funzionale, rinuncia alla ricchezza di sfumature che
caratterizza il verbo to tell. Che non significa solo
narrare, ma anche distinguere, dedurre, spiegare.
Tre sfumature di significato che possono aiutarci a
comprendere perché questa disciplina sia divenuta
una tecnica di comunicazione sempre più fondamentale in quei campi che prevedano un’interazione diretta con le persone. Infatti distinguere,
dedurre e spiegare sono le fasi basilari di ogni attività analitica, pedagogica, educativa e comunicativa. Lo storytelling applicato al mondo della
comunicazione, sviluppato soprattutto negli Stati
Uniti, è arrivato in Europa principalmente attraverso le tecniche adoperate nella politica e nel
mondo del business. Il motivo è semplice: ci si è accorti che è un potente mezzo per influenzare le persone. Anche qui l’italiano non ci aiuta. Nella nostra
lingua, influenzare qualcuno di solito significa condizionarlo, pertanto tendiamo ad associare questo
termine a un’accezione negativa. In inglese invece
il verbo to influence non ha niente di negativo e significa, piuttosto, influire, lasciare il segno. E in un
mondo in cui è sempre più difficile catturare l’attenzione delle persone e coinvolgerle in un reale
processo di condivisione, riuscire a lasciare il segno
diventa essenziale.
Che cos’è
P
agire per cavarsela. In questo senso, la narrazione
ha rappresentato – e continua a rappresentare – un
potente vantaggio evolutivo.
La differenza tra storytelling e informazione
S
e raccontare storie serve a condividere esperienze e avvenimenti utili, che differenza passa
tra fare informazione e fare storytelling? Risposta:
la stessa differenza che, nell’introduzione, passava
tra le presentazioni di interminabili elenchi numerici e la storia raccontata dal dirigente. Ma attenzione: tra le due esiste una connessione: sia i dati
sia la storia raccontano la stessa cosa e, stranamente, ciascuna può essere vista come approfondimento e complemento dell’altra. Quando si parla
di informazione, in Italia le prime due cose che ci
vengono in mente sono ancora i quotidiani e i telegiornali. Tra questi ultimi, il TG5 di Enrico Mentana
nei primissimi anni ’90 fu il primo a introdurre elementi narratologici che contribuirono a renderlo
uno dei telegiornali più seguiti e apprezzati dell’epoca. Invece di proporre ai telespettatori una
serie di notizie selezionate ed elencate solo in base
all’importanza, come accadeva negli altri TG, si cominciò a preparare una scaletta che fosse coerente
anche da un punto di vista narrativo, di modo che,
per quanto possibile, ogni notizia fosse conseguenza della precedente o perlomeno stabilisse con
essa un legame per affinità o associazione di idee.
Questo legame narrativo era enfatizzato – e talvolta
creato di sana pianta – dal conduttore, che veniva
così ad acquisire elementi da storyteller, abbandonando la postura istituzionale e un po’ ingessata
che aveva caratterizzato la conduzione dei telegiornali fino a quel momento.
ossiamo definire lo storytelling come un particolare insieme di modalità comunicative basate sull’utilizzo di forme narratologiche.
Semplificando, lo storytelling definisce alcune regole base per comunicare in un modo che, oltre a
essere chiaro, sia anche coinvolgente – e queste regole non le inventa, ma le va a pescare pari pari dall’antica arte di raccontare storie. La narrazione ha
origini ancestrali, ci ha accompagnato per decine
Quando usarlo
di millenni nel corso di tutta la nostra evoluzione.
gni volta che desideriamo stabilire un canale
Raccontare storie serve a condividere esperienze,
di comunicazione con una o più persone. Lo
in modo che non sia necessario vivere in prima per- storytelling, più che essere un insieme di tecniche,
sona, per fare un esempio pertinente, una situa- è una modalità attraverso cui stabilire una relazione pericolosa per conoscere il modo corretto di zione con gli individui cui ci rivolgiamo. Questa re-
O
47
lazione si crea grazie a una specifica comunanza:
ogni essere umano possiede nel proprio bagaglio
culturale (e probabilmente anche genetico) il retaggio dei millenni passati ad ascoltare storie attorno al fuoco. Ognuno di noi racconta storie,
costantemente, da quando è nato. Il giorno ai colleghi, la sera agli amici o alla famiglia, raccontando
com’è andata la giornata. Raccontare e ascoltare fa
parte di noi, e quando qualcuno si pone nei nostri
confronti in modalità narrativa ci predisponiamo
quasi sempre con un grande e istintivo interesse. E
dopo che la persona in questione ci ha raccontato
la sua storia, avvertiamo con lei un legame, come
se averla ascoltata, in qualche modo, ci rendesse coprotagonisti di quella particolare vicenda (fenomeno spiegato scientificamente con la scoperta dei
neuroni-specchio). Avere una modalità narrativa
consente di utilizzare questa naturale predisposizione delle persone (predisposizione non altrettanto diffusa se la modalità è semplicemente
informativa).
Come utilizzare la modalità narrativa
delle tecniche di storytelling
C
cromovimenti dei muscoli facciali; ma se li prendiamo nel loro insieme, qui ci basta sottolineare
che hanno a che fare con la mancanza di autenticità.
Autenticità
L
a prima regola da rispettare è essere sempre
autentici. Questo accade quando siamo convinti e sicuri di quello che stiamo comunicando e
quando le motivazioni che ci spingono a farlo risiedono nel desiderio sincero di essere utili nel rispetto della libertà dell’interlocutore (che ha
sempre il diritto di non ascoltarci). Ciò si traduce
in un desiderio di stabilire un canale comunicativo
biunivoco che consente, all’interlocutore, di interagire con chi comunica. Inoltre, la narrazione non
deve mai tentare di nascondere eventuali zone
d’ombra dell’informazione: sarebbe percepito
come manipolatorio.
Reciprocità
C
ome abbiamo visto, l’approccio narrativo alla
comunicazione mira a stabilire una relazione
tra chi parla e chi ascolta. Questa relazione deve essere basata sull’etica della reciprocità: se il nostro
interlocutore decide di donarci parte del suo
tempo, noi dobbiamo fare altrettanto, restando pienamente concentrati su di lui per il tempo necessario. Basta distogliere lo sguardo un attimo per
salutare un collega per spezzare questo implicito
patto di reciprocità. Se il comunicatore si appassiona alla costruzione della relazione comunicativa
con l’interlocutore, quest’ultimo tenderà a lasciarsi
coinvolgere e ingaggiare nel processo, massimizzando la possibilità che diventi in seguito egli
stesso parte attiva nella diffusione del messaggio.
ome abbiamo visto, tutti raccontiamo costantemente episodi, aneddoti, storie, esperienze.
Quindi ciascuno di noi possiede, senza magari esserne consapevole, delle doti da storyteller. Un po’
come succede con la musica: non serve conoscere
l’armonia musicale per fischiettare sotto la doccia,
come non ci occorre conoscere il nome di una nota
o la tonalità di una composizione per accorgersi di
una stonatura. Allo stesso modo ciascuno di noi sa
riconoscere una storia raccontata bene o un messaggio comunicato efficacemente, senza dover essere per forza narratologi o copywriter
pubblicitari. In modo ancora più preciso riusciamo
a capire quando il nostro interlocutore non è sincero, non è egli stesso interessato o non crede nel
Mai spingere, ma sempre attirare
messaggio che vuole trasmetterci. Questa informazione passa attraverso una serie di indicatori che,
utte le modalità che tendono a esercitare una
presi a uno a uno, hanno a che fare con la postura,
forma di pressione sulle persone vengono percol tono di voce, con lo sguardo, con i gesti e i mi- cepite come sgradevoli. Al contrario, le modalità
T
48
che tendono ad attirare gradualmente l’attenzione
delle persone sono percepite come oneste e rispet-
tose. Le scuole di business management e comunicazione d’impresa distinguono tra push-strategy e
pull-strategy. Le prime tendono a obbligare le persone all’interno di un processo prestabilito; le seconde mirano a farle aderire spontaneamente a un
processo che sia il più possibile condiviso. In un
processo comunicativo queste strategie si incarnano in un mero trasferimento delle informazioni
(push-strategy) e nell’instaurazione di una relazione, anche umana, capace di invogliare l’interlocutore a saperne di più o perfino a impegnarsi in
prima persona (pull-strategy).
Fiducia
Q
uando ci si pone nei confronti di qualcuno in
modo autentico, dedicandogli la nostra più attiva e presente attenzione attraverso un processo
basato su una pull-strategy, di fatto si crea con lui
un rapporto di fiducia. Ciò che va assolutamente
notato è che la fiducia non viene emanata dal comunicatore, ma dal che cosa e (soprattutto) dal
come egli lo comunica. La modalità narrativa consente di illuminare le persone che ci ascoltano con
la luce della fiducia. I più influenti esperti statunitensi di storytelling si spingono addirittura a definirla faith, fede. È la luce emanata dalla storia (o più
generalmente dal processo di comunicazione narrativo) che si riverbera sull’oratore conferendogli
un’aura di affidabilità. (Di nuovo, gli americani
usano un termine più forte: dicono che la modalità
narrativa è capace di rendere trustworthy l’oratore
agli occhi dell’ascoltatore. Trustworthy significa, sì,
affidabile, ma anche leale, attendibile, degno di fiducia). È importante comprendere questo punto. Si
potrebbe obiettare che, indipendentemente da
quello che dicono, alcune persone vengono istintivamente percepite come più o meno affidabili delle
altre. Non mi soffermerò a cavillare sul fatto che
qualsiasi percezione, anche quella che talvolta definiamo “a pelle”, si fonda su dei precisi, per quanto
sottili, processi comunicativi. Mi limiterò a sottolineare che la comune disposizione ad accordare fiducia può dipendere da molti differenti fattori,
alcuni dei quali attinenti a eventuali pregiudizi.
Ascoltate questa:
“Nell’ottobre del 1992, circondata da altre quattrocento persone, sedevo in un freddo tendone nei
pressi di Jonesborough, nel Tennessee, aspettando di
ascoltare il prossimo storyteller. Le persone presenti
andavano dal ricco al povero, dal cittadino al campagnolo, dal professore universitario al lavoratore
con appena la licenza elementare. Accanto a me sedeva un agricoltore dalla lunga barba grigia che
ostentava una spilletta della NRA [National Rifle Association, L’associazione dell’ultradestra americana
pro armi da fuoco] infilata sul cappello. Quando sul
palco un uomo afroamericano prese la parola, l’agricoltore si voltò verso la moglie sussurrandole qualcosa con un tono irritato, qualcosa che includeva la
parola “negro”. Mentalmente, lo sfidai immediatamente a ripeterlo. Ma lui si limitò a incrociare le
braccia cominciando a esaminare la struttura del
tetto del tendone. Lo storyteller afroamericano iniziò
a raccontare la storia di una notte trascorsa nel
cuore più profondo dello stato del Mississippi. Erano
gli anni sessanta. Lui e altri sei attivisti si erano accampati nel buio della campagna e non riuscivano a
non pensare ai rischi che avrebbero corso l’indomani, durante una dimostrazione contro la segregazione razziale. Raccontò di come fissavano il fuoco
in silenzio e di come uno di loro a un tratto incominciò a cantare e con quel canto riuscì ad alleggerire il
cuore di tutti. La sua storia era talmente reale che
riuscivamo a percepire la stessa paura e a vedere la
stessa luce scoppiettante di quel fuoco da campo.
D’un tratto ci chiese di cantare insieme a lui. Lo facemmo. Quattrocento gole umane che vibravano
all’unisono sulle note di Swing Low, Sweet Chariot
come un immenso organo a canne. Accanto a me,
anche l’agricoltore cantava. E vidi una lacrima che
gli scendeva giù, lungo la guancia. Ero appena stata
testimone della potenza di una storia. Se un attivista
49
afroamericano poteva riuscire a toccare il cuore di
un agricoltore ultraconservatore e razzista, beh, volevo imparare a riuscirci anch’io”.
l’oratore sta pensando ad altro, oppure una storia
in cui, mentre parla con la gente, l’oratore non può
fare a meno di lanciare occhiate alla ragazza che gli
piace mentre flirta proprio con il tizio che gli sta più
raccontare questa sua esperienza, che dimo- antipatico. Insomma, indipendentemente da quello
stra da dove provenga la fiducia, è stata An- che diciamo, il nostro interlocutore si costruirà una
nette Simmons, che da quel giorno cominciò a sua storia basata su ciò che stiamo realmente costudiare assiduamente lo storytelling fino a diven- municando con tutto il nostro essere. E solo se
tare uno dei massimi esperti mondiali della mate- quello che stiamo comunicando è una narrazione –
ria. Qualsiasi altra modalità comunicativa molto qualcosa che raccontiamo con autenticità, presenza
probabilmente non sarebbe riuscita ad attirare (reciprocità) e rispetto (pull- strategy) – la storia
dapprima l’attenzione e infine stabilire un reale che si costruisce l’ascoltatore sarà identica a quella
contatto tra due realtà umane tanto diverse. L’agri- che noi gli stiamo raccontando.
coltore, a causa del suo retaggio culturale e sociale,
sulle prime non ha ritenuto degno di fiducia l’oraI sei tipi di storie
tore afroamericano, cominciando perfino a fissare
il soffitto mentre quello parlava. Ma la modalità
e storie (sempre in senso molto ampio) che
narrativa è uno strumento potente: riesce a comraccontiamo quando agiamo in un processo copiere il miracolo dell’immedesimazione. Nessuno
di solito si immedesima in un grafico o in una ta- municativo possono essere, sostanzialmente, di sei
bella. Ma tutti ci possiamo identificare con i prota- tipi diversi:
gonisti di una storia.
1 Le storie che dicono “Chi sono”
(Who I am stories)
Di cosa parliamo quando parliamo di storie
2 Le storie che dicono “Perché
sono qui” (Why I am here stovviamente quando parliamo di storie lo facries)
ciamo in senso lato. Uno spot pubblicitario è
3 Le storie che raccontano una “Viuna storia. Una canzone è una storia. Una brochure,
sione” (The vision stories)
un sito web, un volantino – se sono ben fatti – rac4 Le storie pedagogiche (Teaching
contano, talvolta letteralmente, una storia. La mostories)
dalità narrativa può essere utilizzata con profitto
5 Le storie che mostrano i “Valori
in ogni attività comunicativa. Il modo in cui un voin azione” (Values-in-action stolontario si pone nei confronti di un cittadino che si
ries)
avvicina, racconta una storia; le parole che sceglie,
6 Le storie che leggono nella
il tono di voce, le azioni che compie e perfino la pomente (I know what are you thinstura che assume – raccontano una storia. Se parking stories)
lando con i miei interlocutori tengo la punta delle
A
L
O
dita nelle tasche dei jeans, quest’ultimi vedranno la
storia di una persona che non ha voglia di fare
quello che sta facendo e che, probabilmente, vorrebbe essere in qualunque altro posto tranne
quello. Se invece sposta continuamente lo sguardo
altrove, l’interlocutore immaginerà una storia in cui
50
Naturalmente si tratta di una semplificazione, e
quel che accade nella realtà è che molto spesso queste tipologie si intrecciano creando narrazioni
molto articolate e complesse. Si può dire che
quanto più le tipologie sono intrecciate, tanto più
il processo comunicativo risulta completo. Invece sieme della narrazione: i pregiudizi sono false sodi elencare una descrizione analitica per ciascuna vrastrutture che una modalità comunicativa basata
delle sei tipologie, preferisco utilizzare un processo
maieutico capace di farci comprenderne l’essenza
e le infinite sfaccettature. Cominciamo analizzando
la prima delle due storie raccontate: quella sul
Museo Salinas di Palermo, e proviamo a ricostruire
la tipologia “Chi sono” intrecciata nella narrazione.
Il dirigente non lo ha detto, ma noi possiamo con
buona approssimazione inferire che si tratta di una
persona scrupolosa, che crede nel suo lavoro, probabilmente dotata di intuizione, senso dell’umorismo e di una buona capacità di osservazione e di
sintesi. Per quanto riguarda il “Perché sono qui”
possiamo immaginare a buon diritto che si trovasse
là perché credeva che lo stato di ignoranza (in
senso tecnico) di gran parte dei cittadini nei confronti delle ricchezze storiche e culturali del proprio territorio fosse intollerabile e bisognasse porvi
rimedio. Non è nemmeno difficile individuare la tipologia pedagogica (la morale potrebbe essere: se
non vivi più a fondo la tua città e il tuo quartiere rischi di non sapere nemmeno quel che ti sta alle
spalle… oppure: un Paese che non sa guardarsi attorno, finisce per non saper nemmeno più guardare
avanti… etc.), mentre è più difficile individuare la
visione (nella realtà, la visione arrivò dopo, verso
la fine dell’intervento, che io naturalmente ho tralasciato), i valori-in-azione e la lettura della mente.
(Su quest’ultima vale la pena specificare che si
tratta di un modo originale per indicare quelle storie in cui l’ascoltatore ha la sensazione che l’interlocutore gli abbia letto nel pensiero; quelle storie
che ti fanno esclamare: “ecco, lo vedi, lo dico sempre!”, oppure: “accidenti quanto è vero!”, etc.)
C
ombinazione vuole che le tipologie mancanti
nella prima storia siano invece fondanti della
seconda. Non è difficile, infatti, individuare nella
storia dell’agricoltore razzista i valori in azione:
sono quelli della condivisione, della concordia e comunanza pur tra persone diversissime tra loro. Allo
stesso modo, l’aspetto pedagogico si evince dall’in-
sull’autenticità, la reciprocità e il rispetto può far
crollare in pochi minuti. La visione, infine, è incarnata dalla stessa pratica dello storytelling, che
viene presentata come un mezzo capace di realizzare quel che altrove viene considerata un’utopia:
la vera comunione tra tutti gli esseri umani.
Qualche riflessione e un paio di suggerimenti
L
’uso dello storytelling, alla fine di questa breve
presentazione, dovrebbe risultare abbastanza
chiaro in tutte quelle occasioni in cui ci capiterà di
salire su un palco, ma probabilmente assai più fumoso in tutte le altre situazioni. Questo accade perché non siamo abituati a pensare a noi stessi come
animali narranti. Ma soprattutto non siamo abituati
a pensare alla nostra stessa vita come a una narrazione. Eppure, a ben vedere, è proprio quello che è.
Già Sant’Agostino aveva intuito che è solo nella memoria che un essere umano può trovare se stesso:
quando ci riferiamo a noi stessi, in realtà ci riferiamo a ciò che di noi ricordiamo, e da quei ricordi
stratificati nel tempo ricaviamo una narrazione
coerente della nostra identità. Lo stesso, naturalmente, facciamo con gli altri. Dire che qualcuno
“non è più lo stesso” implica che stiamo raffrontando l’attuale percezione (che subito diventa ricordo) con la tipologia “chi sono” (in questo caso,
“chi è”) applicata a quel qualcuno sotto forma di
una narrazione antecedente che conserviamo nella
memoria. Ne consegue che i nostri pensieri, le nostre considerazioni, le nostre scelte si basano sul
processo narrativo con cui concepiamo noi stessi,
gli altri e il mondo.
Perciò:
•
•
Ogni nostra azione, l’azione di chiunque
altro e qualsiasi avvenimento, si manifestano all’interno di un processo narrativo;
Non esiste la non-comunicazione. Non co-
51
•
•
•
•
•
•
52
municare è un modo di comunicare (pensate a quando evitiamo qualcuno dopo un
in quella dell’agricoltore il lato poetico è incarnato dalla sua conversione alla fratel-
litigio). Ugualmente, non esiste la non-narrazione: se non raccontiamo una storia, il
nostro interlocutore se ne racconterà una
autonomamente;
Quando interagiamo con il prossimo assumiamo istintivamente una differente modalità espressiva: lo storytelling è l’arte di
rendere consapevole questo processo e di
affinarlo, massimizzandone l’efficacia;
Prepariamoci al gesto di comunicare, riflettiamoci sopra. Se dobbiamo comunicare
qualcosa inerente a un argomento specifico,
non basta documentarsi e imparare a memoria la lezione. Soffermiamoci a ragionare
sul cuore dell’argomento. Cerchiamo di ricordare se abbiamo mai avuto, nel corso
della vita, una qualche esperienza diretta al
riguardo, qualcosa che possa essere trasmesso, all’occorrenza;
Se abbiamo il compito di fornire informazioni utili su un determinato argomento,
confrontiamoci dapprima, in modo diretto,
con il maggior numero di persone possibili.
Discutiamone con calma e attenzione, cercando di individuare i punti di forza e di debolezza di quello stesso confronto. Ci
torneranno utili sul campo;
Interroghiamoci sempre così: “Riguardo a
questo, io cosa vorrei sapere?”. Di solito alle
persone serve sapere quello che occorre
anche a noi. Oppure: “Detta così, se non ne
sapessi nulla, io la capirei?”;
Quando l’interlocutore ci interrompe, non
interrompiamolo a nostra volta. Ascoltiamo
con interesse a cosa vuole arrivare anche
quando dovesse sembrarci inutile o prevedibile. Se vogliamo avere tempo, dobbiamo
dare tempo;
Proviamo sempre a individuare quello che
definisco il lato poetico dell’informazione.
Basta poco, quando si tratta di “storie pure”:
lanza anche con un uomo di colore. In una
comunicazione tecnica è più difficile, ma bisogna sforzarsi comunque di estrarre il lato
umano (spesso rappresentato proprio da
chi sta comunicando);
Mai nascondere i propri punti deboli, come
la timidezza o l’insicurezza su alcuni argomenti (nessuno può sapere tutto): sono un
potente strumento d’immedesimazione per
chi ascolta;
Non proviamo mai a nascondere parte dell’informazione. La gente capisce al volo
quando qualcuno tenta di manipolarlo. Se ci
sono zone d’ombra, insicurezze implicite nel
messaggio o episodi del passato che contraddicono il messaggio stesso, affrontiamoli. Spieghiamo perché, nonostante quelle
ombre, noi proponiamo quel messaggio. E
se non lo sappiamo spiegare, facciamoci aiutare da chi sa farlo. Le persone si sentiranno
rispettate nella propria autonoma capacità
di giudizio.
•
•
Conclusioni
S
e non esistesse un sostanziale equivoco alla
base di ciò che di solito consideriamo comunicazione, forse non avremmo nemmeno bisogno
della parola storytelling. Gli uffici di comunicazione
di imprese e istituzioni troppo spesso si limitano a
emettere comunicati stampa, manifesti o pagine
web informative, come se la comunicazione fosse
un processo unidirezionale che va dall’alto verso il
basso (top-down process) invece di un gesto di comunione bidirezionale. Siamo abituati a dire, piuttosto che a comunicare. Chiunque abbia un figlio,
un alunno, una moglie o un marito sa benissimo
che ci si può svociare senza per questo entrare in
comunicazione. Non è un caso che il motto di un
grande narratore come Ernest Hemingway fosse:
“Show, don’t tell”, Mostralo, non dirlo. La modalità
narrativa serve appunto a mostrare invece di dire, (pull-strategies) mettono in moto un meccanismo
e contribuisce a instaurare un vero canale di comu- naturale di condivisione e partecipazione. Siamo
nicazione. Comunicare significa letteralmente mettere in comune, rendere partecipi, e nessuno è
partecipe se non partecipa, né può essere obbligato
a sentirsi tale quando non lo è (push-strategy).
L’uso delle modalità narrative dello storytelling
stati geneticamente e culturalmente selezionati per
fornire e acquisire informazioni attraverso racconti
e narrazioni.
E scegliere di non tenerne conto significa, semplicemente, scegliere di non comunicare. q
Per saperne di più: libri e link
Annette Simmons, The Story Factor (Perseus Books group, 2006). Un testo fondamentale
per chi vuole capire le potenzialità di questa disciplina, ricco di esempi, suggerimenti e
spunti. Disponibile solo in inglese.
Doug Lipman, Improving Your Storytelling: Beyond the Basics for All Who Tell Stories in
Work and Play (August House, 2005). Si tratta di un testo dedicato a chi ha già sentito
parlare di storytelling che, con uno stile semplice e intuitivo, approfondisce l’argomento
attraverso tecniche, esercizi ed esperienze vissute. Pensato sia per chi utilizza lo storytelling nella comunicazione sia per chi lo pratica nell’intrattenimento. Disponibile solo in
inglese.
Stephen Denning, The Leader’s Guide to Storytelling: Mastering the Art and Discipline
of Business Narrative (John Wiley and sons, 2008). Un saggio più tecnico rispetto agli
altri, dedicato soprattutto a chi usa lo storytelling per motivare, ispirare e influenzare le
persone. Disponibile solo in inglese.
Andrea Fontana, Manuale di storytelling. Raccontare con efficacia prodotti, marchi e
identità d’impresa (Etas, 2009). Testo utilizzato nel corso “Storytelling e narrazione d`Impresa” presso l’Università degli Studi di Pavia. Declinato soprattutto sugli aspetti di marketing interno ed esterno, ma comunque utile. In italiano.
Christian Salmon, Storytelling, la fabbrica delle storie (Fazi Editore, 2008). Un libro per
tutti, che affronta con uno stile avvincente il tema partendo (apparentemente) da lontano
per arrivare alla vera essenza della narrazione. In italiano.
www.storytellinglab.org – Un portale italiano che propone agli iscritti informazioni, lezioni
e seminari dedicati alle tecniche di storytelling. L’iscrizione è piuttosto costosa ed è perciò
dedicato prevalentemente ai professionisti.
53
UNA RETE PER NON FINIRE NELLA RETE
a cura di Andrea Cardoni
“Quando un’opinione viene rappresentata
da un’associazione,assume una forma più
chiara e più precisa. Consente ai suoi
sostenitori di contarsi e li coinvolge nella
propria causa; li induce a conoscersi tra
loro e il numero aumenta lo zelo. Un’associazione mette insieme energie di ispirazione divergente e le dirige vigorosamente verso un unico fine indicato con
chiarezza”
(A. De Toqueville).
Introduzione. La rete spiegata con i sei gradi
di separazione: è un mondo piccolo
affinché chi riceve per primo la lettera possa
sapere da chi proviene.
2 STACCATE UNA CARTOLINA POSTALE, COMtanley Milgram era un sociologo di Harvard che
PILATELA E RISPEDITELA ALL’UNIVERSITA’
si interessò, tra i suoi vari studi, anche alla
DI HARVARD. L’affrancatura non è necessaria.
struttura della rete sociale. L’obiettivo di Milgram
La cartolina è molto importante: ci permetterà
era capire quale fosse la “distanza” tra due cittadini
di seguire le tracce del documento nel suo
qualsiasi negli Stati Uniti. Alla base dell’esperiviaggio verso il destinatario finale.
mento c’era la seguente domanda: quanti contatti
3 SE CONOSCETE DI PERSONA IL DESTINATAsono necessari per connettere fra loro due indiviRIO FINALE, SPEDITEGLI/LE DIRETTAMENTE
dui scelti a caso nella società? Milgram cominciò seIL DOCUMENTO. Fatelo soltanto se lo avete già
lezionando due destinatari finali, la moglie di uno
incontrato in precedenza e se vi date del tu.
studente di teologia nella città di Sharon, nel Mas4 SE NON CONOSCETE DI PERSONA IL DESTIsachussetts, e un agente di cambio, a Boston. Scelse
NATARIO FINALE NON CERCATE DI CONTATpoi i centri di Wichita, nel Kansas, e Omaha, nel NeTARLO DIRETTAMENTE. SPEDITE INVECE
braska, come punti di partenza per la ricerca. Per
QUESTO DOCUMENTO (COMPLETO DI CARl’esperimento era stata recapitata una lettera ad alTOLINA POSTALE) A UN VOSTRO CONOcuni abitanti di Wichita e Omaha selezionati casualSCENTE CHE RITENETE ABBIA MAGGIORI
mente, cui veniva proposto di partecipare a uno
PROBABILITA’ DI CONOSCERE IL DESTINATAstudio sul contatto sociale negli Stati Uniti. Ogni
RIO FINALE. Potete spedirlo ad un amico, a un
busta conteneva una breve spiegazione sugli obietparente, a un conoscente, ma deve essere
tivi dell’esperimento e una fotografia con il nome,
qualcuno cui date del tu.
l’indirizzo e poche altre informazioni sui destinatari finali. In calce le seguenti istruzioni:
S
COME PRENDERE PARTE
A QUESTO STUDIO
1 AGGIUNGETE IL VOSTRO NOME ALLA LISTA
CHE TROVATE IN FONDO A QUESTO FOGLIO,
54
M
ilgram temeva il fallimento dell’esperimento
per mancanza di collaborazione delle persone coinvolte. Invece, dopo pochi giorni, attraverso due soli passaggi arrivò la prima lettera. Si
trattava, come risultò in seguito, del percorso più
breve fra quelli registrati. Alla fine dell’esperimento
tornarono indietro quarantadue lettere su centosessanta, alcune attraverso non più di una decina
di intermediari. Queste catene che avevano completato il loro percorso permisero a Milgram di determinare il numero di persone che occorrevano
per far giungere la lettera al destinatario finale. Il
risultato fu che, in media, il numero minimo di intermediari necessari è 5,5.
Nel tentativo di trovare conferma alle proprie
conclusioni, nel 1970 Stanley Milgram ideò un altro
esperimento. Considerato che negli Stati Uniti, a
causa della segregazione razziale, bianchi e neri
erano socialmente assai distanti, mandò le lettere
a dei losangelini bianchi scelti a caso, pregandoli di
inoltrarle a dei newyorkesi neri scelti anch’essi a
caso. In teoria, l’esperimento avrebbe dovuto indicare più fedelmente la distanza massima all’interno
di una rete sociale. Ma quando le lettere arrivarono
a destinazione, i risultati non furono diversi da
quelli precedenti. Ancora una volta la maggior
parte delle lettere giunse ai destinatari in circa sei
passaggi.
Nel 2001, Duncan Watts, professore del Dipartimento di Sociologia della Columbia University di
New York, ripeté, insieme ad alcuni collaboratori,
l’esperimento utilizzando internet e la posta elettronica come strumento di comunicazione. Scelsero diciotto destinatari di tredici nazioni diverse
e seguirono le catene di e-mail inviate. Più di
60mila messaggi (61.168) generarono 24.163 catene. Di esse 384 si conclusero con il raggiungimento del destinatario. Non sorprendentemente, la
distanza media misurata varia tra 5 e 7 a seconda
che il mittente e il destinatario appartengano allo
stesso Paese o a Paesi diversi.
L’idea dei sei gradi di separazione suggerisce che
all’interno della società, per quanto grande, possiamo muoverci velocemente seguendo i contatti
sociali fra una persona e l’altra: la società è una rete
di sei miliardi di nodi dove la distanza media fra un
nodo e l’altro non è superiore a sei link. Stanley Mil-
gram ha provato che non solo siamo tutti connessi,
ma che viviamo in un mondo dove per connettersi
bastano poche strette di mano. Viviamo, cioè, in un
mondo piccolo.
La rete del volontariato:
dieci consigli pratici e qualche “non”.
I
l volontariato in Italia è composto da 40mila associazioni. Ne fanno parte circa sei milioni di
persone (dati Istat 2011). Far comunicare una realtà così eterogenea nel mondo della comunicazione è un compito arduo: per questo esistono
coordinamenti, enti, associazioni di associazioni
che tentano di far emergere messaggi, immagini e
strumenti che, come per questa campagna di comunicazione di pubblica utilità, siano capaci di generare comportamenti pro-attivi per comunità e
persone che vivono in zone sismiche.
Se il volontariato è una delle forme del capitale sociale, e la comunicazione è il motore del capitale sociale, il volontariato deve fare comunicazione.
Quanto affermato non è un sillogismo: in quanto
unica possibile voce delle aree più deboli della società, il volontariato ha il «dovere di comunicare»
(M.E. Martini); l’associazionismo ha un ruolo fondamentale non solo perché è un mezzo per diffondere le nuove tecnologie della comunicazione,
considerandole veri e propri «vettori di diffusione»
(P. Zocchi).
I sei gradi di separazione illustrati precedentemente dimostrano che la società è una rete e il volontariato, a sua volta, è una rete di reti. Per fare
questo, pur rispettando le specificità dei singoli territori, è necessario che le informazioni e la catena
di informazioni che costituisce tutto il percorso di
questa campagna di comunicazione siano ben coordinate e siano coerenti con i messaggi della campagna.
Di seguito vengono illustrati dieci consigli pratici
55
(più uno) per strutturare un piccolo ufficio stampa
comune a tutte le associazioni, che dovrà lavorare
rallelo con la comunicazione che il Dipartimento di Protezione Civile e Anpas metteranno
in rete al fine di rendere più efficace la campagna:
in atto a livello nazionale.
1 Il responsabile di ogni piazza, meglio se un referente specifico per la comunicazione, deve comunicare i dati (indirizzo, e-mail e telefono) ai
referenti della comunicazione della campagna
presso il Dipartimento della Protezione Civile e
di Anpas.
8 Stringere rapporti amichevoli con gli uffici
stampa di altre associazioni e istituzioni locali
che sono in contatto con la nostra associazione
(anche in questo caso creare un elenco è la soluzione più pratica per non dimenticarsi di nessuno).
2 Mappare le testate e le redazioni locali e quelle
di settore: può essere utile creare un elenco di
testate cartacee e web della piazza corrispondente, completo di nomi, telefoni (quando è
possibile) e e-mail. A questo scopo occorre procurarsi sempre almeno un numero della testata
o leggere qualche articolo sul web per capire
quale giornalista si occupa di volontariato,
quale di rischio sismico o di protezione civile.
9 Realizzare un file standard per l’impaginazione
della rassegna stampa. Fermandosi un po’ a ragionare, una volta stabilite le caratteristiche
dell’impaginato, ogni mese (o ogni bimestre, trimestre, etc) sarà necessario fare solo un copia
incolla e non fermarsi ogni volta a fare valutazioni di carattere estetico su tutta la rassegna
stampa.
3 Mappare blogger, profili facebook, twitter, flickr,
etc. di singole persone o altre organizzazioni,
comitati o movimenti che potrebbero veicolare
i contenuti e gli eventi legati alla campagna
“Terremoto io non rischio”.
4 Condividere questi contatti con i referenti nazionali della campagna.
5 Creare un archivio di immagini adatte a essere
inviate insieme ad articoli e comunicati: fotografie dei volontari e immagini della campagna.
10 Aggiornare periodicamente ogni elenco e ogni
contatto: i siti e i giornali chiudono ma soprattutto ne nascono di nuovi ogni giorno.
10+1 Per ogni dubbio, idea, proposte riguardanti
la comunicazione della campagna, chiedere sempre
maggiori informazioni ai referenti, a livello nazionale, della campagna.
Cinque cose da non fare
•
•
•
6 Creare una cartella stampa, ovvero raccogliere
in associazione tutte le informazioni che possono essere utili per un giornalista e riorganiz- •
zarle in modo efficace per essere passate alla •
stampa. Nella cartella stampa si possono inserire anche 4/5 foto (un totale, piani americani
e mezza figura), con un formato 2400x1600
pixel, risoluzione 240 DPI.
7 Fissare un calendario (con le scadenze per
invii) delle attività che la persona incaricata di
avere i rapporti con la stampa deve fare in pa56
Non modificare loghi di nessuno degli enti
Non modificare il logo della campagna
Non modificare l’immagine e i font della campagna
Non modificare i colori della campagna
Non modificare i contenuti della campagna. q
COMUNICARE CON UN GIOCO
Totem Io Non Rischio
a cura di Delia Modonesi e Flaminia Brasini
Il totem è una installazione composta da scatoloni sovrapposti, colorati e illustrati, che contiene piccole proposte di interazione per facilitare la comunicazione tra volontari e cittadini.
l totem si compone di quattro facce, ognuna
dedicata a un’interazione su un aspetto del rischio.
I
Interazione 1: la linea del tempo
ome si presenta: la prima interazione consiste in una linea temporale: un filo teso che
parte da uno spigolo del gazebo lo segue per due
lati e infine si aggancia al totem.
C
Lungo il filo, appesi con mollette, ci sono immagini e documenti riferibili a eventi sismici locali,
collocati in ordine cronologico dal più lontano al
più vicino. Si tratta di segnali della presenza del terremoto nella storia del luogo.
Come si usa: il volontario invita il visitatore a
percorrere la linea del tempo dal passato ad oggi e
a guardare le tracce che il terremoto ha lasciato sul
territorio.
Finito il percorso il volontario può porre alcune
domande per discutere: cosa si capisce dai documenti? Cosa è successo in questo territorio? Che
conseguenze ci sono state nella città, sugli edifici,
alle persone?
Le cose viste potrebbero suscitare ricordi, stimolare le conoscenze dei visitatori e provocare emozioni (di stupore, preoccupazione, etc): in questo
caso il volontario li inviterà a lasciare le loro tracce,
appuntandole su un foglietto e collocandolo insieme agli altri sulla linea del tempo.
Il volontario, mostrando al visitatore la mappa
57
delle massime intensità osservate in Italia, fa quindi
la domanda: vivendo in questa zona che tipo di
evento sismico possiamo aspettarci? Ora che hai
visto la storia sismica del tuo territorio, e gli effetti
che ha avuto in passato, pensi che abbia un qualche
significato per il futuro?
Interazione 2: rischio e responsabilità
ema/contenuto: scoperta la storia e la sismicità del territorio, indaghiamo i diversi
atteggiamenti che le persone possono avere di
fronte al rischio sismico: dal fatalismo alle più
estreme ipotesi di controllo. La domanda di fondo
è: “cosa ci posso fare io?”.
T
Come si presenta: al centro della facciata è presente una illustrazione con una coppia di persone
e dei palazzi in una zona sismica.
Le figure “pensano”: cosa posso fare io?
Intorno ci sono alcune piccole scene che rappresentano diversi atteggiamenti che si possono avere
di fronte alla situazione di rischio. Ogni scena è incollata su una “finestrella” che si può sollevare: al
di sotto c’è una immagine che rappresenta la conseguenza dell’atteggiamento scelto sulla incolumità
delle persone e delle strutture.
Come si usa: il volontario chiede ai visitatori di
leggere l’immagine: cosa rappresenta? Si parla e si
condivide la comprensione della situazione di partenza.
Il volontario mostra quindi le immagini che rappresentano le diverse possibilità di scelta.
Ogni visitatore indicherà la scena che meglio
rappresenta il suo atteggiamento. Potrà decidere di
informarsi, di riparare la sua casa, di fidarsi delle
previsioni, di affidarsi alla fortuna, di non fare nulla,
di scappare…
seguenze della scelta fatta.
Il gioco è uno stimolo alla riflessione e non un
giudizio sui modi di sentire e comportarsi.
Il visitatore si confronterà quindi da solo con le
conseguenze delle sue scelte. Il volontario, se richiesto, potrà esplicitare meglio il significato di
ogni figura.
L’idea su cui si basa questa proposta è che alcune
scelte ci mettono in sicurezza (informarsi, ristrutturare casa, etc), altre non ci danno garanzie. Obiettivo dell’interazione non è dare un giudizio alle
persone, ma renderle consapevoli del loro spontaneo atteggiamento verso il rischio.
Interazione 3: da solo – fin da subito
Tema/contenuto: la terza faccia del totem parla
di cosa ognuno può fare fin da subito.
Come si presenta: l’exhibit si presenta come un
quadernone ad anelli agganciato ad una faccia del
totem. Sollevando la copertina il visitatore trova un
gioco illustrato, una immagine in cui individuare
elementi di arredamento su cui è possibile intervenire per aumentare la sicurezza della propria casa.
Come si usa: il visitatore può tranquillamente
giocare da solo e rendersi conto, aguzzando vista e
ingegno, di quali sono le modifiche possibili per
rendere sicuro l’arredamento della propria casa. La
presenza del volontario è di verifica e stimolo delle
scoperte. Analizzando i diversi elementi il volontario spingerà i visitatori a riflettere sulla situazione
reale delle loro diverse case.
Questa facciata del totem è la resa ludica e tridimensionale delle indicazioni del pieghevole.
Interazione 4: se arriva un terremoto...
ema/contenuto: la quarta faccia del totem riSollevando la finestrella della soluzione scelta si
guarda i comportamenti corretti durante e
troverà un’immagine che faccia riflettere sulle con- dopo un terremoto.
58
T
Come si presenta: sulla faccia del totem sono
rappresentati un ambiente casalingo e un ambiente
esterno. Sulle figure sono poste diverse finestrelle
da sollevare per trovare indicazioni di luoghi e
azioni corrette e segnali di pericolo. Si tratta di un
gioco per indovinare quali sono i posti sicuri e
quelli pericolosi durante un terremoto. A seconda
della scelta fatta c’è una risposta.
Come si usa: viene chiesto al visitatore di scegliere in caso di terremoto dove andrebbe a ripararsi e cosa crede che possa succedere
nell’ambiente in cui si trova.
Il gioco è molto autoesplicativo e non ha bisogno
di grosso intervento da parte del volontario. Questo
deve essere presente a commentare eventualmente
le varie scelte fatte, ma il visitatore deve essere lasciato libero di esplorare il più possibile gli ambenti
e scoprire cosa ci può far stare sicuri e cosa ci mette
in pericolo.
Interazione 5: futuro e comunità
ema/contenuto: il quarto lato del totem parla
di cura del proprio territorio, collaborazione
e futuro.
T
Come si presenta: la quarta faccia del cubo presenta una frattura che la attraversa da cima a fondo.
Come si usa: il volontario chiede ad ogni visitatore di disegnare il profilo di una sua mano su un
foglietto colorato e di lasciare una sua traccia: un
messaggio, un consiglio, un desiderio… Ognuno
può poi incollare la sua mano lungo la frattura,
come a chiuderla: alla fine della manifestazione al
posto di un territorio ‘spaccato’ avremo un territorio tenuto insieme dal contributo di tutti. q
59
SEMPLIFICAZIONE DEL LINGUAGGIO
Obiettivo: farsi capire!
a cura di Valeria Bernabei
L
e amministrazioni pubbliche utilizzano spesso
scili la prima volta che li usi “classificazione siun linguaggio molto tecnico e specialistico lonsmica” → “il territorio italiano è classificato in
tano dalla lingua parlata dai cittadini. Alcune ricerzone a diversa pericolosità”, “microzonazione
che statistiche sull’argomento indicano che circa il
sismica” →”indagini per individuare le aree che
60% della popolazione italiana non è in grado di
possono amplificare lo scuotimento del terrecapire i testi prodotti dalle pubbliche amministramoto”.
zioni. Parlare e scrivere con chiarezza, semplicità e
precisione, con parole concrete e di uso comune faRidondanze
Usa espressioni della lingua comune e evita il
vorisce la comprensione del messaggio da parte di
burocratese.
chi ascolta.
Ecco alcuni esempi:
I testi dei materiali informativi della campagna
di sensibilizzazione “Terremoto io non rischio”
sono stati scritti rispettando alcune regole della
semplificazione del linguaggio.
•
•
•
•
•
•
•
•
•
60
Sintassi
Utilizza frasi semplici, lineari e brevi: es. “È il
crollo delle case che uccide, non il terremoto”;
Preferisci i verbi ai nomi, cioè evita nominalizzazioni, es. “applicare modifiche” → “modificare”
“provvedere allo stanziamento” → “stanziare”;
Esplicita il soggetto e evita le forme impersonali, es. “in caso di dubbi” → “se hai qualche
dubbio”;
Preferisci frasi di forma affermativa, evita le
doppie negazioni, es. non ignorare→ conosci,
informati.
Lessico
Scrivi in modo breve e conciso, evita le espressioni prolisse e le parole ridondanti:
Evita gli stereotipi e le frasi fatte;
Preferisci le parole italiane a quelle inglesi, se
sono ugualmente sostituibili “know-how” →
“competenze”;
Limita i termini tecnici - specialistici e defini-
•
•
•
•
•
•
•
•
•
entro (e non oltre)
legge (vigente)
commissione (apposita)
requisiti (richiesti)
un (particolare) tipo di
Parole comuni
Evita le espressioni di tono inutilmente elevato:
ingiunzione → ordine
erogare → pagare
istanza → richiesta, domanda
nonché → inoltre, anche, e
Parole concrete e dirette
Usa parole concrete e dirette, che aiutano il lettore
a visualizzare il concetto:
•
•
segnaletica → segnali
nominativo → nome
•
•
al fine di, a scopo di, con l’obiettivo di → per
in caso di → se
Preposizioni semplici
Usa preposizioni semplici, invece di quelle complesse:
U
Organizzazione delle informazioni
na volta scelte le informazioni utili, vanno disposte secondo una sequenza logica, che agevoli la lettura da parte del destinatario. Se il
materiale informativo è diretto a un pubblico indifferenziato, le informazioni più generali devono pre-
cedere quelle particolari. La campagna “Terremoto efficaci sono, invece, ad esempio: «Cosa fa lo Stato
io non rischio” si rivolge a tutti i cittadini che pos- per aiutarti?», “Gli effetti di un terremoto sono gli
siedono un’abitazione e, quindi, ad un pubblico indifferenziato. Di conseguenza, nelle prime facciate
del pieghevole sono contenute informazioni di carattere generale sulla sismicità del territorio italiano e sul fatto che, allo stato attuale delle
conoscenze, non sia possibile prevedere con certezza quando e precisamente dove si verificheranno i prossimi terremoti. Nelle facciate
successive del pieghevole sono contenute, invece,
informazioni più specifiche su cosa deve sapere il
cittadino e cosa deve fare per la sua sicurezza.
Per facilitare ulteriormente il lettore, può essere
utile segnalare l’architettura del testo con titoletti.
Se un testo è lungo va frammentato in paragrafi
brevi, preceduti da titoli significativi, che servano
come punti di ancoraggio per la “scansione visiva”
della pagina alla ricerca di informazioni. I testi dei
materiali della campagna sono stati organizzati con
questa logica, suddividendo il testo in piccoli paragrafi preceduti da un titoletto o da una domanda
che ne riassumono il contenuto. I titoletti devono
essere precisi, chiari e sintetici. Un titolo come «Informazioni importanti» non serve a nulla, perché
non dà nessuna informazione sul contenuto e obbliga il cittadino a iniziare la lettura del testo. Titoli
stessi ovunque?”. Questi titoli individuano immediatamente l’argomento del testo e possono essere
letti dando un’occhiata veloce al pieghevole.
Grafica
na buona scelta grafica può influire sulla qualità comunicativa del testo.
Nello scrivere un testo, è buona regola fare attenzione a:
• l’interlinea e i margini, la lunghezza delle righe
e l’impaginazione a pacchetto, che possono influenzare la velocità di lettura;
• la scelta del carattere, evitando quelli fantasiosi
ed eclettici, usando un solo tipo di carattere e
utilizzando il grassetto ed il corsivo con parsimonia.
U
Nei materiali della campagna sono stati utilizzati: margini e interlinee adeguati, in modo da rispettare l’equilibrio tra i pieni e i vuoti, caratteri
tipografici grandi e font leggibili. La scelta del carattere tipografico (o font), infatti, è la spina dorsale della realizzazione grafica di un testo, perché
ne influenza l’aspetto e la leggibilità più di ogni
altra decisione tipografica. q
Per saperne di più:
www.ec.europa.eu/dgs/translation/rei/ REI - Rete per l’eccellenza dell’italiano istituzionale
www.ec.europa.eu/translation/writing/clear_writing/how_to_write_clearly_it.pdf Scrivere chiaro: una guida per il personale della Commissione europea
www.blog.mestierediscrivere.com/
Blog di Luisa Carrada con indicazioni utili per la scrittura sul web
www.urp.it/ Urp degli Urp – Comunicazione pubblica in rete
www.maldura.unipd.it/buro/ Linguaggio amministrativo
30 regole per scrivere testi amministrativi chiari
chiaro
e
semplice,
Università
di
Padova
www.provincia.perugia.it./web/guest/rubriche/sopravvivereallapa/guidalinguaggio Provincia di Perugia – Guida alla semplificazione del linguaggio, “Sopravvivere alla pubblica amministrazione”, ovvero “sfida al burocratese”
www.palestradellascrittura.it/ Un laboratorio di ricerca sul linguaggio, che si avvale dell’esperienza di un network di professionisti: giornalisti, copywriter, scrittori professionali, esperti del web, ricercatori, divulgatori scientifici, formatori
www.unifg.it/dwn/urp/direttiva.pdf Direttiva sulla semplificazione del linguaggio delle pubbliche amministrazioni
Dipartimento della Funzione Pubblica A. Fioritto (a cura di ) “Manuale di stile. Strumenti per semplificare il linguaggio
delle amministrazioni pubbliche”, Il Mulino, 1997.
61
COMUNICAZIONE INTERPERSONALE
Faccia a Faccia
Interattività e ascolto
a cura di Valeria Bernabei
L
a comunicazione interpersonale che coinvolge
due interlocutori o pochi interlocutori si distingue dalla comunicazione che ne coinvolge molti per
alcuni tratti particolari: mentre nella comunicazione uno a molti – come, ad esempio, quella televisiva o radiofonica – non c’è possibilità di
interazione o l’interazione è molto limitata, la comunicazione uno a uno/uno a pochi avviene in simultanea, in compresenza ed è interattiva (ovvero,
è aperta a interventi, obiezioni e correzioni da
parte degli altri). Di conseguenza, nella comunicazione faccia a faccia è molto importante il tema
dell’ascolto, ovvero la capacità di tirare fuori il contributo che viene fornito dall’interlocutore
“esterno”, volontariamente o involontariamente. In
questo senso, ascoltare è già comunicare.
Apertura e chiusura del discorso
N
ella comunicazione uno a uno/uno a pochi, alcune fasi dell’evento comunicativo assumono
un significato speciale. In particolare, sono molto
importanti:
•
L’apertura di un discorso (nel nostro caso, le
frasi iniziali per “agganciare” i cittadini nelle
piazze, attraverso le diverse facciate del totem),
perché è il momento in cui si stabilisce un patto
di fiducia tra le persone coinvolte e si dichiara
la propria disponibilità a parlare e ad ascoltare;
•
La chiusura del discorso, perché ci si deve accertare che l’altra persona sia soddisfatta (nel
nostro caso, si deve verificare che il cittadino
non abbia dubbi, indicare dove approfondire gli
argomenti di maggiore interesse e ribadire il
messaggio della campagna).
62
Meccanismi di ripetizione
L
a ripetizione è un aspetto tipico della comunicazione interpersonale faccia a faccia, e in particolare di quella uno a uno. Applicare meccanismi
di ripetizione può risultare utile per chiarire i temi
che stiamo trattando o le finalità della campagna.
Nell’interazione faccia a faccia è meglio non dare
per scontato nulla, per evitare fraintendimenti.
Verbale e non verbale
N
ella comunicazione uno a uno/pochi hanno
pari rilevanza la comunicazione verbale e
quella non verbale. Spesso usiamo questi linguaggi
inconsciamente e altrettanto spesso questi vengono percepiti inconsciamente dall’interlocutore.
Tuttavia, sono estremamente importanti e un uso
più mirato e consapevole di queste risorse può migliorare notevolmente la qualità della comunicazione. q
COMUNICARE CON IL CORPO: LA COMUNICAZIONE NON VERBALE
a cura di Valeria Bernabei
G
ran parte di ciò che comunichiamo agli altri si
esprime attraverso il linguaggio non verbale,
ovvero attraverso i segnali visivi e vocali emessi dal
corpo. Dobbiamo quindi verificare che il messaggio
verbale, cioè quello comunicato dalle parole effettivamente pronunciate, sia coerente con il messaggio del corpo. Se vogliamo comunicare un
messaggio in modo credibile, infatti, è importante
che ci sia coerenza fra ciò che diciamo a parole e ciò
che esprimiamo attraverso il corpo.
Oltre che con le parole, la comunicazione avviene
anche attraverso:
•
il modo di vestire
•
la postura
•
l’espressione del volto
•
il contatto oculare
•
i movimenti delle mani, delle braccia e delle
gambe
•
la tensione del corpo
•
la distanza spaziale
•
il contatto diretto
•
la voce (tono, ritmo, inflessione)
Elementi alla base degli atti comunicativi
G
li elementi alla base di qualunque atto comunicativo sono: il linguaggio del corpo, la voce
e le parole. Il significato di qualsiasi messaggio
viene dedotto da:
•
il linguaggio visivo del corpo (gesti, posture,
mimica facciale);
•
gli elementi vocali (dunque, non verbali) del
parlato (tono, timbro e ritmo);
•
le parole effettivamente pronunciate (contenuto verbale).
Naturalmente le parole che pronunciamo sono
importanti, ma il comportamento non verbale condiziona in modo molto forte l’impressione che riceviamo dagli altri e quella che gli altri ricevono da
noi. In particolare, nel caso ci sia una contraddizione fra ciò che si afferma e ciò che si manifesta
con il linguaggio del corpo, si tende in genere a dare
più credibilità al linguaggio non verbale. Si ritiene,
infatti, che i segnali del corpo siano più difficili da
controllare e che mentano di meno.
L
a gestualità è un mezzo di comunicazione visiva capace di trasmettere ciò che il linguaggio
verbale non sa comunicare. Ne consegue che la
forma di comunicazione più efficace è quella in cui
alle parole si accompagnano i gesti. Per interpretare un messaggio non verbale dobbiamo sempre
considerare tutti i gesti nel loro insieme: i gesti
presi singolarmente non significano niente, ma se
si presentano tutti insieme nel corso di una interazione, allora ci sono buone probabilità che la nostra
interpretazione sia corretta.
Nel comunicare con gli altri, dobbiamo capire se
le persone a cui ci rivolgiamo manifestano:
•
segnali di serenità/disagio e ansia;
•
segnali di apertura/chiusura.
Linguaggio non verbale che indica apertura
I
l linguaggio non verbale che indica apertura e
uno stato interiore positivo è composto da una
serie di gesti, tra cui: mani in vista, palmi aperti,
gambe e postura sciolta, priva di tensione nervosa, buon contatto oculare. Il corpo si espone al
mondo senza barriere e, così facendo, è vulnera-
63
bile agli altri, ma ciò non provoca alcun disagio
alla persona. La postura che esprime vicinanza e
Guardarsi negli occhi
I
l contatto oculare è uno strumento di grande
importanza per stabilire intesa e senso di fiducia nei confronti dei nostri interlocutori. Nel corso
di una normale conversazione, il contatto oculare
• inclinazione in avanti del busto, che dimostra con chi ci sta di fronte è tendenzialmente intermittente, c’è un continuo movimento di sguardi
interesse per l’altro;
volto a verificare le reazioni dell’ascoltatore nei
• tendenza ad avvicinarsi col corpo e orientarlo
confronti di chi parla: entrambi osservano il lindirettamente verso l’altro;
guaggio corporeo dell’altro. Il maggior contributo
alla buona intesa che si può instaurare nel corso
• rilassatezza delle braccia e mani;
di una conversazione proviene dal giusto contatto
• sguardo che mantiene il contatto con gli occhi
oculare.
dell’altro senza però fissarlo in modo eccessivo,
cosa che può esprimere aggressività.
NELLE PIAZZE: per una comunicazione efficace,
mettetevi di fronte all’interlocutore per poterlo
Linguaggio non verbale che indica chiusura
guardare direttamente e non al suo fianco o in posizione laterale.
l linguaggio non verbale che indica chiusura si
Sorridere
fonda su un complesso di gesti, movimenti e pocalore si traduce in genere in un’impressione migliore (e, dunque, simpatia) dell’altro su di noi.
È composta da questi tratti:
I
sture con cui il corpo si richiude in se stesso. Chi si
sente minacciato, tende a far apparire il corpo più
piccolo di quanto lo sia realmente e a proteggersi
erigendo barriere difensive. L’emozione negativa
trova tipica espressione nello scarso contatto con
gli occhi dell’altro, nella tensione delle spalle e nella
posizione incrociata di braccia e gambe. In questo
caso può essere utile cambiare strategia e/o cercare di scoprire il motivo della sua insoddisfazione.
La postura che trasmette lontananza (e dunque distacco) è composta in genere da questi tratti:
•
posizione rigida delle braccia e gambe;
•
inclinazione del busto laterale e tesa all’indietro
(in piedi);
•
sguardo che mantiene poco il contatto con gli
occhi dell’altro/a.
I
l sorriso denota un’emozione positiva e manifesta gioia, anche se è un’espressione che ci troviamo spesso ad adottare per convenienza sociale.
Sincero o di convenienza che sia, il sorriso suscita
comunque una sensazione gradevole in chi lo riceve in quanto comunica la mancanza di ostilità e
la disposizione alla benevolenza. Di conseguenza,
il sorriso è capace di suscitare un atteggiamento
benevolo negli altri e di favorire le interazioni positive. Fate in modo che il sorriso corrisponda sempre al contenuto del messaggio verbale e non entri
in conflitto con ciò che state dicendo.
NELLE PIAZZE: accogliete i cittadini con un sorriso!
Ascoltare col corpo
L
a maggior parte delle persone preferisce parNELLE PIAZZE: assumete una postura sciolta, guarlare anziché ascoltare. Quando una persona vi
date negli occhi la persona con cui parlate, cercate parla dimostrate con il corpo di ascoltare, di essere
di non incrociare le braccia e parlate senza mettere presenti e di comprendere ciò che viene detto? Prale mani in tasca.
ticare un “ascolto attivo” significa non soltanto
64
ascoltare, ma anche dimostrare di ascoltare.
Ascoltare il linguaggio del corpo significa:
•
•
municativo fra noi e gli altri. Se vi trovate in una simantenere un buon contatto con gli occhi del- tuazione di questo genere, è importante cercare di
l’altro (il contatto oculare aiuta chi parla a sa- offrire all’interlocutore qualcosa da fare o da guardare: così, lo si obbliga indirettamente a slegare le
pere di essere ascoltato con interesse);
braccia e ad assumere una postura più distesa.
usare i movimenti della testa (annuire lenta-
mente è un segno d’incoraggiamento, annuire a
velocità media è un gesto di conferma con il
quale comunichiamo di capire, annuire rapidamente è un gesto con cui comunichiamo di essere in totale accordo o di voler interrompere
chi parla per intervenire);
•
di vista del linguaggio corporeo, perché possono
formare una barriera che ostacola lo scambio co-
rispecchiare in modo naturale il linguaggio corporeo dell’interlocutore attraverso l’eco posturale (il linguaggio non verbale è contagioso).
Le braccia rivestono grande rilevanza dal punto
NELLE PIAZZE: ascoltate attivamente i cittadini!
Non assumete un atteggiamento di chiusura con il
corpo, ma, al contrario, adottate uno stile aperto,
perché così è più probabile che l’interazione abbia
esito favorevole e l’altra persona eviti di chiudersi in
sé stessa. Se la persona che avete davanti persiste
nell’atteggiamento di chiusura, porgetele qualcosa
da guardare (il pieghevole, la scheda), per costringerla ad aprirsi e a sciogliere le braccia conserte. Durante la conversazione, variate e modulate il ritmo,
il timbro, il tono e l’inflessione della voce. q
Per saperne di più:
www.giovannacosenza.it/
Dis.amb.ig.uando, blog di Giovanna Cosenza, professore associato di semiotica
presso il Dipartimento di Discipline della Comunicazione dell’Università di Bologna
www.gandalf.it/
Pensieri sulla rete e sulla comunicazione, blog
www.nuovoeutile.it/
Teorie e pratiche della creatività, blog coordinato da Annamaria Testa, pubblicitaria e docente di teoria della comunicazione all’Università Bocconi di Milano
James Borg, Il linguaggio del corpo, Ed. Tecniche nuove, 2009
David Cohen, Capire il linguaggio del corpo, Editori Riuniti, Roma, 2002
Ricci Bitti, Enrico Pio; Santa Cortesi, 1977 Comportamento non verbale e comunicazione, Il Mulino, Bologna.
65
NUOVI STRUMENTI DI COMUNICAZIONE PER LA FORMAZIONE
…La formazione continua!
a cura di Valeria Bernabei
Social “Terremoto io non rischio”
pagina Facebook del Dipartimento e i contributi più
recenti pubblicati su Twitter da Ingv e da Anpas.
a piattaforma social “Terremoto io non rischio”, Dopo l’accesso si può modificare e personalizzare
è uno strumento che mette in connessione le facilmente il proprio account.
persone in un contesto operativo, attraverso la conNella sezione “Forum”, sono state aperte delle
divisione di conoscenze, approfondimenti, discusaree di discussione su:
sioni e sviluppo delle informazioni. Il social prende
il meglio della tecnologia dei social network tradi- • Servizio Nazionale della Protezione civile;
zionali e lo integra con le esigenze di partecipazione e maggior coinvolgimento dei collaboratori. • Volontariato;
Ma soprattutto, permette di scambiarsi informa- • “Cosa comunicare” - memoria storica, pericozioni in tempi rapidissimi e in modo maggiormente
losità sismica, vulnerabilità sismica, rischio sivisuale e interattivo rispetto, per esempio, alle esmico, prevenzione;
mail. La comunicazione social, per le sue caratteristiche di interattività, consente un concreto • “Come comunicare” - tecniche di comunicazione , motivazione a comunicare l’evento,
scambio di idee, opinioni, suggerimenti, contributi
come coordinarci per comunicare bene, comue documenti in tempo reale, favorendo un processo
nicare con un gioco, semplificazione del lindi creazione di una vera e propria intelligenza colguaggio, comunicazione interpersonale;
lettiva.
L
Alla piattaforma social si accede attraverso un •
link, con delle credenziali di accesso, che saranno
inviate a ognuno dei volontari che ha partecipato
alla formazione.
•
A
lla piattaforma è iscritto tutto il gruppo di lavoro che ha collaborato alla realizzazione della
•
campagna e che metterà in condivisione i materiali
della formazione, monitorerà le aree di discussione
di propria competenza, chiarirà gli eventuali dubbi
dei volontari e risponderà alle loro domande. In
questo modo si riuscirà a dare continuità all’attività
di formazione e a supportare i volontari “formatori” nel trasferimento delle informazioni agli altri
volontari che saranno presenti nelle piazze.
Nella home page del social si trovano i Feed, ovvero
tutti gli aggiornamenti pubblicati sui siti Dpc,
Anpas, Ingv e ReLuis, i contenuti pubblicati sulla
66
“Logistica” - organizzazione della piazza, organizzazione dello stand e sistemazione dei materiali.
Nella sezione “Domande”, sono state inserite
domande e risposte sul rischio sismico.
Nell’area “Download” è possibile scaricare le dispense del corso, le presentazioni e gli approfondimenti. Nella stessa sezione è stato inserito
un piccolo manuale di utilizzo del social. q
GLOSSARIO
AG - accelerazione orizzontale massima su
suolo rigido e pianeggiante: è il principale parametro descrittivo della pericolosità di base utilizzato per la definizione dell’azione sismica di
riferimento per opere ordinarie (Classe II delle
Norme Tecniche per le Costruzioni). Convenzionalmente, è l’accelerazione orizzontale massima su
suolo rigido e pianeggiante, che ha una probabilità
del 10% di essere superata in un intervallo di
tempo di 50 anni.
Amplificazione locale: modificazione in ampiezza,
frequenza e durata dello scuotimento sismico dovuta alle specifiche condizioni litostratigrafiche e
morfologiche di un sito. Si può quantificare mediante il rapporto tra il moto sismico in superficie
al sito e quello che si osserverebbe per lo stesso
evento sismico su un ipotetico affioramento di roccia rigida con morfologia orizzontale. Se questo
rapporto è maggiore di 1, si parla di amplificazione
locale.
Classificazione sismica: suddivisione del territorio in zone a diversa pericolosità sismica. Attualmente il territorio italiano è suddiviso in quattro
zone, nelle quali devono essere applicate delle speciali norme tecniche con livelli di protezione crescenti per le costruzioni (norme antisismiche),
massima in Zona 1, la zona più pericolosa, dove in
passato si sono avuti danni gravissimi a causa di
forti terremoti. Tutti i Comuni italiani ricadono in
una delle quattro zone sismiche.
Epicentro: il luogo sulla superficie terrestre dove
gli effetti del terremoto si manifestano con maggiore intensità. L’epicentro si trova sulla verticale
dell’ipocentro, la zona in profondità dove si verifica
la rottura delle rocce e dalla quale le onde sismiche
si propagano in tutte le direzioni.
Esposizione : è il numero di unità (o “valore”) di
ognuno degli elementi a rischio presenti in una
data area, come le vite umane o gli insediamenti.
Faglia: superficie di rottura della crosta lungo la
quale avviene lo scorrimento delle rocce a contatto
che, per attrito, genera le onde sismiche. In funzione del movimento che si osserva lungo la superficie si parla di faglie normali, inverse e
trascorrenti.
Intensità: misura gli effetti di un terremoto sulle
costruzioni, sull’uomo e sull’ambiente, classificandoli in dodici gradi attraverso la scala Mercalli. L’intensità non è quindi una misura della “forza” del
terremoto, perché le conseguenze dipendono dalla
violenza dello scuotimento ma anche da come sono
state costruite le case e da quante persone vivono
nell’area colpita.
Ipocentro: la zona in profondità dove, in seguito ai
movimenti delle placche litosferiche, le rocce della
crosta terrestre si rompono dando origine al terremoto. In Italia i terremoti avvengono generalmente
entro i 30 km di profondità, tranne che nel Tirreno
meridionale dove si possono registrare terremoti
Effetti locali (o di sito): effetti dovuti al compor- con ipocentro profondo fino a 300 km.
tamento del terreno in caso di evento sismico per
la presenza di particolari condizioni lito-stratigra- Magnitudo: misura l’energia di un terremoto e si
fiche e morfologiche che determinano amplifica- calcola attraverso l’ampiezza delle oscillazioni del
zioni locali e fenomeni di instabilità del terreno terreno provocate dal passaggio delle onde sismi(instabilità di versante, liquefazioni, faglie attive e che, registrate su di un rullo di carta dai pennini dei
sismografi (sismogrammi). Il valore di magnitudo si
capaci, cedimenti differenziali, ecc.).
67
attribuisce utilizzando la scala Richter.
Microzonazione sismica: suddivisione di un territorio a scala comunale in aree a comportamento
omogeneo sotto il profilo della risposta sismica locale, prendendo in considerazione le condizioni
geologiche, geomorfologiche, idrogeologiche in
grado di produrre fenomeni di amplificazione del
segnale sismico e/o deformazioni permanenti del
suolo (frane, liquefazioni, cedimenti e assestamenti).
Normativa antisismica: norme tecniche “obbligatorie” che devono essere applicate nei territori classificati sismici quando si voglia realizzare una
nuova costruzione o quando si voglia migliorare
una costruzione già esistente. Costruire rispettando le norme antisismiche significa garantire la
protezione dell’edificio dagli effetti del terremoto:
in caso di terremoto, infatti, un edificio antisismico
potrà subire danni ma non crollerà, salvaguardando la vita dei suoi abitanti.
Onde sismiche: le onde che si generano dalla zona
in profondità dove avviene la rottura delle rocce
della crosta terrestre (ipocentro). Le onde si propagano dall’ipocentro in tutte le direzioni fino in superficie, come quando si getta un sasso in uno
stagno. Esistono vari tipi di onde che viaggiano a
velocità diversa; le onde che si propagano per ultime (onde superficiali) sono quelle che causano le
oscillazioni più forti.
Pericolosità sismica di base: componente della
pericolosità sismica dovuta alle caratteristiche sismologiche dell’area (tipo, dimensioni e profondità
delle sorgenti sismiche, energia e frequenza dei terremoti). La pericolosità sismica di base calcola (generalmente in maniera probabilistica), per una
certa regione e in un determinato periodo di
tempo, i valori di parametri corrispondenti a prefissate probabilità di eccedenza. Tali parametri (velocità, accelerazione, intensità, ordinate spettrali)
descrivono lo scuotimento prodotto dal terremoto
68
in condizioni di suolo rigido e senza irregolarità
morfologiche (terremoto di riferimento). La scala
di studio è solitamente regionale. Una delle finalità
di questi studi è la classificazione sismica a vasta
scala del territorio, finalizzata alla programmazione delle attività di prevenzione e alla pianificazione dell’emergenza. Costituisce una base per la
definizione del terremoto di riferimento per studi
di microzonazione sismica.
Pericolosità sismica locale: componente della pericolosità sismica dovuta alle caratteristiche locali
(litostratigrafiche e morfologiche, vedi anche effetti
locali). Lo studio della pericolosità sismica locale è
condotto a scala di dettaglio partendo dai risultati
degli studi di pericolosità sismica di base (terremoto di riferimento) e analizzando i caratteri geologici, geomorfologici, geotecnici e geofisici del sito;
permette di definire le amplificazioni locali e la
possibilità di accadimento di fenomeni di instabilità del terreno. Il prodotto più importante di questo genere di studi è la carta di microzonazione
sismica.
Piano comunale di protezione civile: piano di
emergenza redatto dai Comuni per gestire adeguatamente un’emergenza ipotizzata nel proprio territorio, sulla base degli indirizzi regionali, come
indicato dal DLgs. 112/1998. Tiene conto dei vari
scenari di rischio considerati nei programmi di previsione e prevenzione stabiliti dai programmi e
piani regionali.
Placche litosferiche: porzioni della crosta terrestre nelle quali è suddiviso l’involucro più esterno
della Terra. Le placche si muovono le une rispetto
alle altre, avvicinandosi, allontanandosi o scorrendo lateralmente ed i movimenti relativi determinano spinte ed accumulo di sforzi in profondità.
Quando gli sforzi superano la resistenza delle
rocce, queste si rompono generando il terremoto.
Rete sismica nazionale: rete di monitoraggio sismometrico distribuita sull’intero territorio nazio-
nale, e gestita dall’Ingv - Istituto Nazionale di Geo- (sismometri) vengono registrate da strumenti digitali
fisica e Vulcanologia. Costituita da un centinaio di ed i dati possono, così, essere elaborati dai computer,
stazioni sismiche, svolge funzioni di studio e di sor- riducendo i tempi necessari per calcolare la magniveglianza sismica, fornendo i parametri epicentrali tudo e l’epicentro dei terremoti.
al Dipartimento della Protezione Civile per l’orgaSussidiarietà: è un principio giuridico-amministrativo
nizzazione degli interventi di emergenza.
che stabilisce come l’attività amministrativa volta a
Rischio sismico: stima del danno che ci si può at- soddisfare i bisogni delle persone debba essere assitendere in una certa area ed in un certo intervallo curata dai soggetti più vicini ai cittadini. Per “soggetti”
di tempo a causa del terremoto. Il livello di rischio s’intendono gli Enti pubblici territoriali (in tal caso si
dipende quindi dalla frequenza con cui avvengono parla di sussidiarietà verticale) o i cittadini stessi, sia
i terremoti in una certa area e da quanto sono forti; come singoli, sia in forma associata o volontaristica
ma dipende anche dalla qualità delle costruzioni, (sussidiarietà orizzontale). Queste funzioni possono
dalla densità degli abitanti, dal valore di ciò che può essere esercitate dai livelli amministrativi territoriali
subire un danno (monumenti, beni artistici, attività superiori solo se questi possono rendere il servizio in
maniera più efficace ed efficiente. L’azione del sogeconomiche,ecc.).
getto di livello superiore dovrà comunque essere temSciame sismico: sequenza sismica caratterizzata
poranea, svolta come sussidio (da cui sussidiarietà) e
da una serie di terremoti localizzati nella stessa
quindi finalizzata a restituire l’autonomia d’azione alarea, in un certo intervallo temporale, di magnitudo
l’entità di livello inferiore nel più breve tempo possiparagonabile e non elevata. In uno sciame sismico
bile.
generalmente non si distingue una scossa princiIl principio di sussidiarietà è recepito nell’ordinamento
pale.
italiano con l’art. 118 della Costituzione, come indiSismografo: strumento che consente di registrare cato dalla L.Cost. n. 3/2001.
le oscillazioni del terreno provocate dal passaggio
delle onde sismiche. Un sismografo è costituito da
una massa, con un pennino all’estremità, sospesa
attraverso una molla ad un supporto fissato al terreno, sul quale è posto un rullo di carta che ruota
in continuazione. Quando il terreno oscilla, si muovono anche il supporto ed il rullo di carta, mentre
la massa sospesa, per il principio di funzionamento
del pendolo, resta ferma ed il pennino registra il
terremoto tracciando le oscillazioni su carta (sismogramma).
Tsunami: letteralmente “onda di porto”, è un termine
giapponese che indica un tipo di onda anomala che
non viene fermata dai normali sbarramenti posti a difesa dei porti. Il fenomeno dello tsunami consiste in
una serie di onde che si propagano attraverso
l’oceano. Le onde sono generate dai movimenti del
fondo del mare, generalmente provocati da forti terremoti sottomarini, ma anche da eruzioni vulcaniche
e da grosse frane sottomarine.
Vita nominale di una costruzione: indica il numero di
anni durante i quali una struttura deve poter essere
usata per lo scopo per cui è stata progettata. Questo
parametro, previsto dalle Norme Tecniche per le Costruzioni, condiziona l’entità delle azioni sismiche di
progetto. Per le costruzioni ordinarie, la vita nominale
considerata è ≥ 50 anni.
Sismogramma: registrazione su carta delle oscillazioni
del terreno provocate dal passaggio delle onde sismiche. Nel corso degli anni sono cambiati i modi con i
quali si ottengono tali registrazioni: dai primi sismogrammi tracciati su carta affumicata, si è passati a registrazioni su carta fotografica e poi su carta
termosensibile. Oggi le oscillazioni rilevate dai sensori Vulnerabilità: attitudine di una determinata compo-
69
nente ambientale – popolazione umana, edifici, servizi, infrastrutture, ecc. – a sopportare gli effetti di un
evento, in funzione dell’intensità dello stesso.
La vulnerabilità esprime il grado di perdite di un dato
elemento o di una serie di elementi causato da un fenomeno di una data forza. È espressa in una scala da
zero a uno, dove zero indica che non ci sono stati. q
70
APPENDICE
Principali terremoti con magnitudo uguale o superiore
al sesto grado accaduti in Italia nell’ultimo millennio
estratta dal catalogo CPTI11: www.emidius.mi.ingv.it/CPTI11
Pag. 1 di 4
Anno Me
Gi
1169 2
4
1117 1
1184 5
3
24
1279 4
30
1298 12
1328 12
1348 1
1
1
25
1352 12
25
1295 9
1349 9
1456 12
1461 11
1466 1
1511 3
1542 12
1561 8
1626
1627
1638
1638
1646
4
7
3
6
5
1654 7
1657 1
1659 11
3
9
5
27
15
26
10
19
4
30
27
8
31
Or
15
7
Mi
15
Veronese
Studio
Om
GUAL07 55
I_max Lat
9
Lon
Mw
45.309 11.023 6.6
Sicilia orientale
GUAL07 10
10
18
CAMERINO
MONA8717
10
15
Reatino
NORCIA
Carinzia
GUAL07 5
MONA8713
GUAL07 58
10
42.575 12.902 6.2
10
42.856 13.018 6.3
9-Oct 46.578 13.541 7.0
CAAL96 7
8
21
2
14
15
15
Valle del Crati
Churwalden
30
15
5
25
40
15
50
12
10
15
9
45
50
5
45
24
0
25
5
22
15
29
Area epicentrale
GUAL07 6
39.395 16.193 6.7
43.093 12.872 6.3
8
46.947 9.505 6.0
Lazio meridionale-Molise GUAL07 20
10
41.560 13.901 6.5
MONTERCHI
9
43.469 12.127 6.4
10
46.198 13.431 6.9
MOLISE
Aquilano
Irpinia
Friuli-Slovenia
Siracusano
Vallo di Diano
Girifalco
Gargano
Calabria
Crotonese
Gargano
Sorano-Marsica
Lesina
Calabria centrale
SCAL04 17
9
37.215 14.949 6.4
MEAL88 199
GUAL07 10
GUAL07 31
GUAL07 66
GUAL07 32
CAAL08 32
GUAL07
GUAL07
GUAL07
GUAL07
CAAL08
7
65
213
42
35
GUAL07 44
CAAL08 9
GUAL07 126
11
41.302 14.711 7.2
10
42.313 13.544 6.4
8-Sep 40.765 15.334 6.0
10
37.215 14.944 6.7
10
10
11
10
10
38.851 16.456 6.0
41.737 15.342 6.6
39.048 16.289 7.0
39.279 16.812 6.8
41.727 15.764 6.6
10-Nov40.563 15.505 6.8
10
41.635 13.683 6.2
10
38.694 16.249 6.5
9-Oct 41.726 15.393 6.3
71
Pag. 2 di 4
Anno Me
Gi
1661 3
22
1688 6
1690 12
1693 1
5
4
9
1685 3
8
1693 1
11
1695 2
25
1694 9
8
Or
12
50
15
14
21
30
19
13
11
5
1702 3
14
5
1703 1
14
18
1703
1706
1731
1732
2
11
3
11
1741 4
1743 2
2
3
20
29
24
20
Mi
30
40
30
11
13
3
7
40
16
30
9
5
1751 7
27
1
1755 12
9
13
30
12
13
18
10
55
1781
1783
1783
1783
6
2
2
3
1786 3
72
3
5
7
28
10
14
10
Area epicentrale
Appennino romagnolo
Mittel-Wallis
Sannio
Carinzia
Val di Noto
Sicilia orientale
Irpinia-Basilicata
Asolano
Beneventano-Irpinia
Studio
Om
FABRIANESE
GUAL07 216
GUAL07 60
GUAL07 30
11
41.283 14.561 6.9
8-Sep 46.634 13.882 6.5
8-Sep 37.141 15.035 6.2
ECOS02
GUAL07 185
GUAL07 251
GUAL07 82
GUAL07 37
GUAL07
GUAL07
GUAL07
GUAL07
71
99
50
183
SGAM02 145
BOAL00 77
Brig. Naters/VS
ECOS02
Appennino umbro-marc. GUAL07 68
Sicilia nord-orientale
Mw
10
Basso Ionio
CAGLIESE
Calabria
Calabria
Calabria
Lon
GUAL07 79
Appennino umbro-reatinoGUAL07 199
Aquilano
Maiella
Foggiano
Irpinia
I_max Lat
MONA87157
GUAL07 356
GUAL07 191
GUAL07 323
GUAL07 10
11
10
10
44.021 11.898 6.0
46.280 7.630 6.1
37.140 15.013 7.4
40.862 15.406 6.7
45.801 11.949 6.4
10
41.120 14.989 6.5
11
42.708 13.071 6.7
9
43.425 13.005 6.2
10
42.434 13.292 6.7
10-Nov42.076 14.080 6.8
9
41.274 15.757 6.5
10-Nov41.064 15.059 6.6
9
10
39.852 18.777 7.1
43.225 12.739 6.2
46.320 7.980 6.1
10
43.597 12.512 6.4
11
38.297 15.970 7.0
10-Nov38.580 16.201 6.6
11
38.785 16.464 6.9
9
38.102 15.021 6.1
Pag. 3 di 4
Anno Me
Gi
Or
Mi
Om
13
1
0
45
Prealpi carniche
1799 7
28
22
5
Appennino marchigiano GUAL07 71
7
GUAL07 19
9
Mw
38.636 16.268 6.0
46.306 12.821 6.0
9-Oct 43.193 13.151 6.1
5
16
1832 1
13
13
1836 4
25
0
20
Calabria settentrionale
GUAL07 46
10
39.567 16.737 6.2
1836 11
20
7
30
Basilicata meridionale
GUAL07 17
9
40.142 15.776 6.0
1832 3
8
18
37
30
GUAL07 107
8-Sep 38.127 14.418 6.4
Valle del Topino
GUAL07 102
10
Crotonese
14
12
13
17
20
50
Basilicata
Cosentino
1855
1857
1870
1873
25
16
4
29
11
21
16
3
50
15
55
58
Törbel VS
Basilicata
Cosentino
Bellunese
7
12
10
6
29
1
45
10
41.500 14.474 6.6
9-Oct 37.603 15.140 6.2
Sicilia settentrionale
1851 8
1854 2
1854 12
GUAL07 223
GUAL07 128
9
Lon
26
20
15
Molise
Catanese
GUAL07 76
I_max Lat
1805 7
1818 2
1823 3
21
18
Calabria centrale
Studio
1791 10
1794 6
20
Area epicentrale
Liguria occ.-Francia
GUAL07 101
GUAL07 103
GUAL07 89
GUAL07 86
10
10
10
42.980 12.605 6.3
39.079 16.919 6.5
40.952 15.667 6.3
39.256 16.295 6.2
7-Aug 43.350 7.648 6.7
ECOS02
GUAL07 340
GUAL07 56
GUAL07 199
46.230 7.850 6.4
11
40.352 15.842 7.0
10
39.220 16.331 6.1
9-Oct 46.159 12.383 6.3
9
1887 2
23
5
21
Liguria occidentale
GUAL07 1516 10
43.715 8.161 6.9
1894 11
16
17
52
Calabria meridionale
GUAL07 303
38.288 15.870 6.0
1895 4
14
22
17
Slovenia
GUAL07 296
8
46.131 14.533 6.2
73
Pag. 4 di 4
Anno Me
Gi
Or
Mi
Area epicentrale
Studio
1905 9
8
1
43
Calabria meridionale
GAMO07895
1908 12
28
4
20
Calabria merid.-Messina GUAL07 800
11
Alto Adriatico
8
1915 1
1916 8
1919 6
1920 9
1930 7
1936 10
1962 8
1963 7
13
16
29
7
23
18
21
19
1968 1
15
1978 4
15
1976 5
6
6
52
15
5
0
6
55
8
7
3
6
10
18
5
19
45
20
0
2
23
1
33
Avezzano
Mugello
Garfagnana
Irpinia
BOSCO CANSIGLIO
Irpinia
Mar Ligure
Valle del Belice
Friuli
Golfo di Patti
Om
GUAL07 257
GUAL07 566
GUAL07 756
GAAL02 547
BAAL86 267
GUAL07 262
GUAL07 463
GUAL07 163
43.957 11.482 6.2
44.185 10.278 6.4
41.068 15.318 6.6
46.089 12.380 6.1
41.230 14.953 6.1
43.150 8.083 6.0
38.268 15.112 6.0
9
1997 9
26
9
40
Appennino umbro-marc. BOAL00 869
74
9
6
44.034 12.779 6.1
8
Irpinia-Basilicata
Aquilano
9
42.014 13.530 7.0
GUAL07 332
GNDT95 770
34
32
10
10
10
38.146 15.687 7.1
37.756 12.981 6.3
18
1
Mw
10
23
6
Lon
10-Nov38.819 15.943 7.0
MOAL99 1041 11
1980 11
2009 4
I_max Lat
9-Oct 46.241 13.119 6.4
GUAL07 1394 10
QUES09 316
40.842 15.283 6.8
43.014 12.853 6.0
9-Oct 42.342 13.380 6.3
Campagna “Terremoto io non rischio”
Manuale per i volontari formatori

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